di Emma Bonino e Riccardo Magi
La Repubblica, 17 maggio 2026
A dieci anni dalla morte del leader radicale il ricordo non è sufficiente: bisogna prendere sul serio le sue battaglie. A dieci anni dalla morte di Marco Pannella, sono in tanti a ricordarne il ruolo nella storia italiana. Si propongono molte iniziative di commemorazione, se ne riconoscono le battaglie per i diritti civili, lo Stato di diritto, il garantismo, la dignità delle persone detenute. È giusto. Ma con Marco c’è sempre stato un rischio: trasformarlo in un’icona rassicurante, dimenticando quanto le sue battaglie continuino ancora oggi a disturbare le coscienze e a mettere la politica davanti alle proprie responsabilità.
Perché prendere sul serio Pannella significa soprattutto scegliere. E oggi una scelta molto concreta è davanti al Parlamento: la proposta di legge costituzionale che modifica gli articoli 72 e 79 della Costituzione in materia di amnistia e indulto. Una proposta semplice, persino di buon senso: restituire al Parlamento la possibilità reale di utilizzare strumenti previsti dalla Costituzione e resi, nei fatti, impraticabili dalla riforma del 1992. Da allora, per approvare amnistia e indulto serve la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, su ogni articolo e nel voto finale. Una soglia che ha trasformato uno strumento costituzionale in un tabù politico. Eppure la Costituzione non li prevede come concessioni arbitrarie o atti di debolezza, ma come strumenti straordinari di politica criminale e di ripristino della legalità. Perché è di questo che parliamo: legalità.
Oggi le carceri italiane vivono una condizione che definire drammatica non basta più. Oltre 64 mila detenuti, istituti sovraffollati oltre il 129%, suicidi in aumento, carenza di assistenza sanitaria, condizioni di vita troppo spesso incompatibili con il dettato costituzionale. Nel 2024 si sono tolti la vita 91 detenuti: il dato peggiore degli ultimi vent’anni. E anche quest’anno i numeri restano spaventosi. Di fronte a tutto questo, la politica continua a oscillare tra propaganda e rimozione. Si invoca più carcere, più pene, più repressione, come se il problema fosse sempre e solo costruire nuove celle. Ma la questione è più profonda: riguarda il rapporto dello Stato con il diritto e con la dignità umana. Lo ha ricordato più volte anche Sergio Mattarella, parlando di una situazione ormai “insostenibile” e di una “vera emergenza sociale”. E prima di lui Giorgio Napolitano, sollecitato proprio da Marco Pannella, aveva richiamato il Parlamento alla necessità di affrontare senza ipocrisie il tema della clemenza e della condizione carceraria.
Marco aveva capito una cosa essenziale: non c’è Stato di diritto quando lo Stato stesso viola la legalità dentro le proprie carceri. Per questo usava il suo corpo, gli scioperi della fame e della sete, per costringere le istituzioni a guardare ciò che preferivano ignorare e per dare loro la forza di riformarsi in positivo. La proposta oggi depositata riprende esattamente quel filo: riportare amnistia e indulto alla maggioranza assoluta, mantenendone il carattere straordinario ma restituendo al Parlamento la possibilità di decidere. Marco indicava la luna. Troppo spesso la politica continua a guardare il dito, paralizzata dalla paura di perdere consenso. Ma qui non è in gioco una convenienza elettorale. È in gioco la credibilità dello Stato di diritto, la civiltà giuridica del Paese, il rispetto della Costituzione. Ricordare in modo fecondo Marco Pannella significa anche avere il coraggio di continuare a sostenere le sue lotte più scomode.











