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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 1 agosto 2026

Dopo dieci anni, lascia il Garante delle persone private di libertà della Regione Lazio. “Delusa ogni attesa di riforma, tutto è cambiato”. In dieci anni, lo spiraglio che si era aperto nel mondo penitenziario si è richiuso bruscamente, lasciando senza speranza detenuti e detenenti. Docente di Filosofia del diritto, già portavoce della Conferenza dei garanti territoriali, Stefano Anastasia è stato nominato Garante del Lazio delle persone private di libertà nel 2016 e ieri ha presentato la relazione finale del suo secondo e ultimo mandato. Non senza grande emozione, ha fatto il punto sulla condizione delle carceri, delle Rems (le residenze per l’esecuzione penale dei folli-rei) e dei Centri di permanenza per i rimpatri: il Cpr di Roma Ponte Galeria e quello di Djader in Albania, che con la garante di Roma Valentina Calderone ha visitato l’estate scorsa. “Al nostro ritorno abbiamo relazionato al ministero degli Interni, il quale però ci ha comunicato che sulla base di un parere del Garante nazionale noi non avremmo competenza su Djader. Proprio qualche ora fa abbiamo depositato in tribunale il ricorso civile per verificare la competenza sul Cpr albanese”. Un episodio che già di per sé dice molto delle mutazioni in atto.

Come ha trovato il mondo penitenziario e come lo lascia oggi?

Eravamo all’indomani della sentenza Torreggiani, era stato appena nominato il primo Garante nazionale Mauro Palma, ed erano in corso gli Stati generali dell’esecuzione penale voluti dall’allora ministro Orlando. Era un momento di speranze e di aspettative di riforma per il futuro. Purtroppo, prima a causa delle titubanze e timidezze con cui si sono chiusi gli Stati generali, e poi con le chiusure del governo giallo-verde, tutto è cambiato. Poi è arrivato il Covid, un’esperienza traumatica soprattutto per le carceri ma che per certi versi ha aiutato a tenere a bada per qualche tempo il sovraffollamento. Che ora è di nuovo esploso con 64 mila detenuti a livello nazionale in 47 mila posti, e con 2.500 reclusi in più della capienza reale nel Lazio (6.900 persone in 4.500 posti). D’altronde era inevitabile, con le attuali politiche governative. Negli ultimi 4 anni abbiamo assistito anche ad una stretta pesante sul regime interno delle carceri, come ad esempio la burocratizzazione delle attività educative. Si insegue l’ossessione di applicare una disciplina ferrea che finisce però solo per tradire i diritti fondamentali.

Quali sono nel Lazio le situazioni più complicate?

Nella sezione maschile del piccolo carcere di Latina siamo ormai al 300% di sovraffollamento. Regina Coeli è al 192%, e poi Civitavecchia, Cassino, Rieti e Viterbo che sono tutti sopra il 170%. Ed è solo una fotografia in cifre. Inoltre quest’anno vi sono stati già 5 suicidi, l’anno scorso 8, con 240 tentativi e 1147 atti di autolesionismo.

Ha citato Basaglia che “si chiedeva non “dove lo metto” ma “cosa ne faccio”“ a proposito delle cinque Rems del Lazio...

Sì, perché si parla sempre di liste di attesa mentre ci sono due ordini di problemi in questo campo: un eccesso di internamento disposto dalla magistratura inquirente e la difficoltà a farli uscire perché mancano i servizi territoriali di salute mentale. Ecco che le Rems diventano un imbuto e si creano le liste d’attesa. Bisogna risolvere questo, non serve costruirne di nuove.

Le politiche panpenaliste governative sono particolarmente dure su adolescenti e minorenni. Come si è trasformato l’Ipm di Casal del Marmo?

Lì si registra lo scarto più grande di questi dieci anni perché nel 2016 l’Ipm di Roma assomigliava molto a una comunità per ragazzi autori di reato: si usavano molti gli spazi aperti e vi era una gran quantità di attività, ecc. Negli ultimi anni invece vi sono state forti tensioni con la polizia, ripetute proteste e come sappiamo si è recentemente aperto anche un procedimento penale contro 11 poliziotti per lesioni, torture e falso. La struttura ha subito un’involuzione dovuta all’idea di usare il pugno di ferro con i minori, cosa evidentemente controproducente.

Cosa pensa del ddl sull’imputabilità dei minori?

Una proposta propagandistica poco applicabile che preoccupa solo perché potrebbe contrastare quelle misure, come la messa alla prova, alternative alla sanzione penale per i ragazzi in crescita.

Risolve qualcosa la legge sui domiciliari ai detenuti tossicodipendenti?

È una vecchia idea della destra, usare il bastone e la carota con i tossicodipendenti. Prima aumentano le pene per i reati di lieve entità con il dl Caivano, poi si eleva il limite per scontare la detenzione in comunità chiuse. Al netto di tutta questa ideologia, rimane il fatto che la legge prevede l’inserimento in comunità-carcere di 500 persone. Non 10 mila. Il resto sono chiacchiere.

Quanta influenza c’è, dei sindacati di polizia penitenziaria, in queste misure?

Quelle riguardanti strettamente il carcere sono state adottate su richiesta dei sindacati, come il reato di rivolta di cui nella mia attività non ho trovato traccia: non un solo caso di protesta è stato configurato come rivolta. L’abuso del penale, invece, è proprio insito nella cultura politica di questo governo.