di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 giugno 2022
Una vasta panoramica sulla gestione della pandemia da parte del sistema penitenziario, sull’impatto che ha avuto dal punto vista sociale e sanitario, ma anche su quali siano le azioni da mettere in campo per migliorare la situazione nelle carceri. Lunedì scorso, in due ore di audizione da parte della commissione speciale per l’emergenza Covid 19 del Consiglio regionale del Lazio, presieduta da Paolo Ciani, sono emersi diversi spunti di riflessione.
Il primo intervento è stato quello di Antonella Tarantino, in rappresentanza della direzione regionale Sanità, che ha sottolineato il grande lavoro fatto dai responsabili delle 8 Asl a cui fanno riferimento i 14 penitenziari esistenti nel Lazio e la collaborazione continua con le altre istituzioni. “Dal nostro punto di vista - ha spiegato Tarantino - il momento più complesso è stata la gestione della campagna vaccinale, che abbiamo voluto fare in contemporanea in tutti gli istituti e che ha riguardato 5.500 detenuti e 4.000 lavoratori”.
Dopodiché è intervenuto il garante regionale Stefano Anastasìa, sottolineando che il sistema penitenziario va ridisegnato, ridando a ogni istituto la sua fisionomia trattamentale. Per il garante, il Covid ha stravolto il sistema penitenziario. “A Regina Coeli - ha osservato il garante - per fare un esempio, benché sia una casa circondariale, ci sono 400 detenuti con sentenza definitiva e non solo - come sarebbe previsto - quelli in attesa della convalida dell’arresto o del processo”. Ma non solo. Secondo il garante regionale bisogna tornare ad usare le strutture più adeguate. “Restano problemi strutturali - ha sottolineato Anastasìa - che la pandemia ha messo ancora più in evidenza: ogni stanza dovrebbe avere la sua doccia, non è così. Serve maggior coordinamento fra le strutture penitenziarie i servizi sociali territoriali. Bisogna usare i fondi del Pnrr per usare la telemedicina, uno strumento importantissimo per garantire la salute dei detenuti”.
Audito anche il direttore dell’ufficio detenuti e trattamento del Prap di Lazio, Abruzzo e Molise, Fabio Vanni, il quale ha ricordato le difficoltà logistiche, sorte nel corso della pandemia dalla necessità di sottoporre a isolamento sanitario tutti i nuovi arrivati che ha portato a una rivoluzione nella gestione delle carceri.
“La necessità di sottoporre a isolamento sanitario per 15 giorni tutti i nuovi arrivati - ha osservato Vanni - ha portato a una rivoluzione nella gestione delle carceri, abbiamo dovuto spesso indirizzare i detenuti a istituti diversi da quelli deputati per territorio, anche al di fuori della Regione. Importantissima, visto il blocco dei colloqui, la possibilità di usare collegamenti telematici. Sono stati comprati centinaia di smartphone”. Il direttore del Prap ha aggiunto: “E il videocolloquio dovrà essere usato anche al di fuori della pandemia. In un’ottica di umanizzazione delle carceri, rappresenta una possibilità importante per entrare in contatti con i propri familiari, soprattutto per gli stranieri. Così come importante è stata l’attivazione della didattica a distanza. Stiamo lavorando per collegare gli istituti con la fibra”.
Nel corso dell’audizione sono intervenute le consigliere Chiara Colosimo (FdI) e Bonafoni che hanno posto una serie di domande, in particolare sui supporti psicologici adottati nel periodo di isolamento sanitario, e sulla ripresa delle attività delle associazioni di volontariato. Anastasìa, Tarantino e Vanni si sono soffermati sul tema della tutela della salute mentale.
A conclusione dei lavori, il presidente Ciani ha ricordato la mozione approvata dal Consiglio regionale nel novembre 2020, presentata dalla consigliera Bonafoni e dal consigliere Alessandro Capriccioli (Radicali Più Europa), volta a favorire le iniziative per favorire l’attuazione delle misure straordinarie in materia di esecuzione penitenziaria connesse all’attuale fase di emergenza sanitaria.
Lo scopo di questa audizione è quello di “rompere l’isolamento delle carceri”, ha detto Ciani il quale ha voluto anche ringraziare tutto il personale, sia sanitario che dell’amministrazione penitenziaria che “in questi due anni ha lavorato in condizioni ancora più difficili”.










