di Gian Domenico Caiazza*
Gazzetta del Mezzogiorno, 28 ottobre 2019
Non credo che il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri possa essere sospettato di simpatie per le idee dei penalisti italiani sul processo penale, opposte alla sue a tutto campo, dai criteri di esercizio dell'azione penale all'uso della custodia cautelare, dalle modalità di acquisizione della prova dibattimentale all'ergastolo ostativo.
Dunque voglio augurarmi che qualcuno, a cominciare dal Ministro della Giustizia Bonafede fino a tutta la falange politica dei parlamentari 5 stelle, ed ai non pochi parlamentari Pd ancora incerti, vogliano riflettere su quanto dichiarato dal dott. Gratteri venerdì scorso nel corso di un convegno organizzato dalla Camera Penale di Catanzaro in occasione della astensione dalle udienze proclamata dall'Unione Camere Penali.
"Ho più volte detto che il problema non è la prescrizione. La prescrizione è un problema a valle, vuol dire non risolvere i problemi della giustizia. Un legislatore o uno statista deve porsi un'altra domanda: per quale motivo i processi, i fascicoli rimangono fermi 5-6 anni negli armadi dei pubblici ministeri e 4-5 anni negli armadi dei giudici. Questa è la mamma di tutte le domande. Nel momento in cui si risolve questo problema a monte poi non parleremmo più di prescrizione".
Sia chiaro: delle idee che ha in mente il Procuratore dott. Gratteri per ridurre i tempi dei processi, non ce ne piace forse neanche una. Ma se perfino uno dei magistrati più lontani dal punto di vista degli avvocati si esprime in questo modo, vorrà il Ministro Bonafede comprendere che si è avviato su una strada non solo vuotamente propagandistica, ma soprattutto controproducente e pericolosa?
E farebbero bene, i sostenitori di quella sciagurata riforma, ad ascoltare i tanti magistrati che, in tutta Italia, intervenendo nelle decine di manifestazioni organizzate dalla Camere Penali territoriali, stanno esprimendo consenso e sostegno alla protesta dei penalisti. Farebbero bene ad ascoltare, a riflettere, e magari finalmente a studiare il problema, invece di mandare in tv automi che ripetono la solita storiella bolsa e mistificatoria della prescrizione gradita agli avvocati dei clienti ricchi, che grazie alle misteriose alchimie dei propri strapagati difensori, la fanno franca.
È del tutto evidente - dobbiamo ripeterlo fino alla nausea - che il 75% delle prescrizioni che maturano (sono dati ufficiali del Ministero di Giustizia) entro la pronunzia della sentenza di primo grado (e dunque fuori dal raggio di intervento della riforma Bonafede!), di cui i 4/5 (60%) nella fase delle indagini preliminari, falciano i procedimenti in modo - come dire - interclassista, senza per di più che gli avvocati abbiano toccato palla.
Ora il ministro Bonafede sta cambiando registro: con l'entrata in vigore della riforma - si affanna a precisare - "non accadrà nessuna catastrofe", e questo perché il nuovo regime della prescrizione si applica solo ai reati commessi dopo il primo gennaio 2020, spiegando perciò i suoi effetti non prima di cinque o sei anni. È un modo bizzarro di ragionare, sia perché in linea generale non basta a fare una buona legge la previsione che essa non determini "una catastrofe", sia perché allora non se ne comprende l'urgenza.
Visto che essa non produce effetti se non differiti di alcuni anni, perché precipitarsi ad approvarla, invece di lavorare con serietà, come pure abbiamo fatto al tavolo ministeriale, alla riduzione dei tempi del processo, che risolverebbe il problema alla radice? La verità, signor Ministro, è che il diritto è un complesso di regole e di principi che non ammette strappi, e non consente manomissioni propagandistiche ed insensate dei suoi delicatissimi equilibri.
Inserire nel nostro sistema giuridico il principio - mortale - in forza del quale un cittadino debba accettare di rimanere in balia della giustizia penale fino a quando lo Stato non sia nelle condizioni o comunque non si determini a definire il processo che lo riguarda, significa imbarbarire in modo inconcepibile le regole della nostra convivenza civile.
Noi penalisti non potremo consentirlo - e con noi l'intera comunità dei giuristi italiani - sicché sappia che daremo fondo ad ogni nostra risorsa per fare sì che questo oltraggio alla Costituzione non abbia ingresso nelle regole del nostro diritto penale.
*Presidente Unione camere penali italiane










