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di Maurizio Maggiani

La Stampa, 15 aprile 2022

Diamo tutto alla guerra, dai soldi alle armi e al tempo, tranne i nostri corpi. In questo momento gli intellettuali si sono trasformati in grandi semplificatori.

Siamo in guerra, dico noi, dico questo Paese. È un fatto; ed è proprio guerra, visto che dai nostri più alti rappresentanti ci è stato detto, e più correttamente intimato, di non poterci ritirare nella neutralità e consentirci la viltà del né né, visto che abbiamo chiaro e tondo un nemico, visto che alimentiamo di flusso continuo di risorse la resistenza del paese amico. Il nemico è alle porte, alle porte d’Europa, alle porte di casa, nutrito di insensata ferocia non chiede e non dà pace, e così guerra è la parola nelle nostre menti e sulle nostre labbra, e non ci sono altre parole se non vittoria o sconfitta, la parola pace si è fatta lenitiva bugia. Al momento solo una cosa rifiutiamo alla guerra, ciò a cui la guerra più anela, i nostri corpi, poi si vedrà; ma per il resto le diamo con generosità ciò che chiede, i nostri soldi, le nostre armi, le nostre leggi, i nostri discorsi, il nostro tempo. Già, la guerra, e la vittoria, impongono la militarizzazione di tutte le risorse del Paese, l’economia, la finanza, la politica, e naturalmente la cultura. La militarizzazione del pensiero, la brigata degli intellettuali combattenti. Così poco avvezzi alla nuova condizione di risorse essenziali, sono presi da un ardore, persino un furore, ignoto non di rado agli stessi militari di consolidata professione. Certo, è loro facoltà di guerreggiare con la pelle degli altri, ma non per questo è un disonore.

Quando il più limpido e generoso tra gli intellettuali della Rivoluzione Italiana, Giuseppe Mazzini, pretese di impugnare il fucile per la difesa della sua Repubblica Romana, il generale Garibaldi ordinò che gli fosse tolto di mano prima che potesse fare danni a sé e ai pochi difensori ancora in armi; diversamente Carlo Pisacane, altrettanto intellettuale, fu un valoroso combattente in corpore vili, ma data la disgraziatissima conclusione del suo fisico impegno, non è onesto pretendere che abbia degli emuli, oggi la vita ha un prezzo diverso. La vocazione degli intellettuali della contemporaneità è piuttosto un posto di rilievo nello stato maggiore. Siccome sono quelli che la sanno più lunga di tutti, la loro attitudine elettiva è il delicatissimo lavoro di intelligence, dove svolgono un servizio prezioso di cui si caricano volentieri. In particolare nell’immediato, lo smascheramento dei nemici interni, i traditori dei valori, i trasgressori della consegna morale del patriottismo, gli utili idioti del nemico, consapevoli o meno che siano. Ma il grosso del lavoro è un altro, agli intellettuali è affidato il ruolo strategico di semplificatori del pensiero. La guerra è la semplificazione assoluta, per militarizzare il pensiero occorre semplificarlo; in tempo di guerra non si può stare lì a discutere, a spaccare il capello in quattro, non c’è tempo per troppe domande perché non c’è tempo per le risposte, il tempo di guerra è prezioso. No, non è tempo per esercizi spirituali, per esami di coscienza, per interiori interrogativi, non è il tempo di sant’Agostino e nemmeno di Edgard Morin, la complessità infiacchisce, demoralizza, distoglie, offusca. E men che meno è tempo di oziare sul pregresso, sulle cause, c’era tempo prima per questo, ce ne sarà dopo, questi ora sono materiali per i volantini di propaganda del nemico. Ora è il momento della semplicità perché semplice è la questione, o con noi o contro di noi, o per la vittoria o avverso alla vittoria. E la semplicità si nutre di ciò che ha più potere sugli uomini, che non è né la ragione né la coscienza, ma i sentimenti crudi e definitivi, le emozioni intestine, la paura, l’orrore, la vendetta.

Dico questo e sono, seppur per ben modesta parte, un intellettuale, un cosiddetto lavoratore della mente; e vabbè, come se mio padre non lavorasse con la mente mentre con le mani scalpellava. Sono questo e rifiuto il mio posto nello stato maggiore, ma pretendo il diritto di continuare ad essere anche in tempo di guerra quello che ero ieri; al pari del mio pensiero, il mio lavoro non è ora diverso. Posso? Posso pensare di vivere in un momento della storia di enorme complessità, e nel dirlo posso pensare di essere di una qualche utilità? Non per la vittoria, nell’umanità in cui credo e spero la guerra non ha vincitori; ma perché ora, in questo momento, mentre si decide per l’oggi lo si fa anche per il domani, per tutto quello che sarà a venire per l’Ucraina, per il mondo, per qui, per quello che chiameremo pace. Eh, sì, sono un pacifista, lo sono al modo meno simpatico, perché sono un pacifista armato, e fermamente credo alla pace tra gli oppressi e la guerra agli oppressori. Che vedo bene quali sono e dove sono, con la complicazione che non so distinguere tra umano e umano, e dunque il mio orizzonte è tragicamente più vasto persino degli sconfinati orizzonti della steppa. Posso pensare e dire che insorgo con il popolo ucraino, ma non intendo farlo a nome e per conto del suo e nemmeno del mio governo? Posso pensare che anche il popolo delle Russie è oppresso dal suo stesso governo, e se insorgerà sarà per me la stessa urgenza e lo stesso impegno? E altrettanto per ogni altro popolo, per ogni altro umano? Posso, intanto che un popolo ne subisce le mortali conseguenze, interrogare chi di dovere sulle cause e sulle responsabilità intorno alle cause? Ora, perché ogni volta che si è detto non è questo il momento, quel momento non è arrivato mai? Eccetera, eccetera, eccetera. Pacifista armato ho per armi il mio pensiero e il mio corpo, solo queste. Del mio corpo mi è stato detto che ora ridotto com’è non saprebbero di che farsene, ma il mio pensiero così complicato, e i complicati pensieri di altre coscienze non conformi allo stato di guerra, possono essere di una qualche utilità per la libertà nella pace e nella giustizia del popolo ucraino, e anche del mio? È morto pochi giorni fa un vecchissimo contadino che incontrandomi per i campi mi salutava così, pace e libertà. È bene per la vittoria che con lui sparisca dal teatro bellico anch’io?