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di Giovanni Bogani

La Nazione, 19 luglio 2026

La direttrice degli istituti di Livorno e Gorgona racconta il lavoro con i detenuti che rende la Toscana all’avanguardia. Il carcere esiste. Ed è, per sua natura, un luogo di privazione. Ma può diventare anche un luogo di crescita, di formazione, di riscatto. Da anni la Toscana è tra le regioni italiane più avanzate nel costruire percorsi che trasformino la detenzione in un’occasione di rinascita personale e culturale. Un modello che è stato raccontato al SalinaDocFest, il festival internazionale del documentario diretto da Giovanna Taviani, da sempre attento ai temi sociali e civili. Nell’incontro intitolato “Isole, prigioni, solitudini” si è parlato di come contrastare una delle pene più dure della reclusione: la sensazione di perdere il proprio tempo e la propria identità. Protagonista dell’incontro è stata Maria Grazia Giampiccolo, oggi direttrice del carcere di Livorno e della Casa di reclusione di Gorgona, dopo aver guidato per vent’anni, dal 2003 al 2023, il carcere di Volterra.

È anche grazie al suo lavoro che la Toscana è diventata un punto di riferimento nazionale ed europeo per i progetti culturali nelle carceri. A Volterra, infatti, è nata e cresciuta l’esperienza della Compagnia della Fortezza guidata da Armando Punzo, laboratorio teatrale che ha trasformato detenuti in attori e che ha ottenuto riconoscimenti internazionali. Nel 2023 la Regione Toscana ha conferito alla compagnia il Gonfalone d’Argento, la sua massima onorificenza. “Il carcere è un luogo di deprivazione: sensoriale, affettiva, relazionale. Per questo è fondamentale riempirlo di altro”, spiega Giampiccolo. “A Volterra lo abbiamo fatto attraverso il teatro, la cultura, la formazione. Oggi continuiamo questo lavoro a Livorno e a Gorgona”.

Proprio a Volterra nacque una delle intuizioni più innovative: portare gli spettacoli dei detenuti fuori dal carcere, in tournée nei teatri italiani. “La prima esperienza al Teatro della Tosse di Genova fu emozionante. Significava restituire ai detenuti un rapporto con il mondo esterno e con la società”. Ma il teatro non è stato l’unico strumento. A Volterra è stato attivato anche un corso turistico-alberghiero frequentato insieme da studenti del territorio e detenuti. “Un’esperienza molto forte, che ha abbattuto muri e pregiudizi”, ricorda la direttrice.

Anche oggi la Toscana continua a sperimentare. A Gorgona, l’isola-carcere dell’Arcipelago Toscano, è attivo il progetto vitivinicolo realizzato con la collaborazione di Roberto Frescobaldi: i detenuti lavorano nelle vigne, apprendono competenze professionali e partecipano alla produzione di vini di alta qualità. Importante anche l’esperienza maturata a San Gimignano, dove Giampiccolo ha consolidato la collaborazione con l’Università di Siena dando vita a un polo universitario penitenziario. Circa un centinaio di detenuti ha intrapreso percorsi di studio universitario, arrivando in molti casi alla laurea. “La crescita personale passa attraverso la cultura”, sottolinea Giampiccolo. E racconta la storia di un detenuto che, entrato in carcere con gravi difficoltà di lettura e scrittura, ha scoperto i libri e lo studio. “Un giorno mi disse: ‘Quando sono arrivato qui non comprendevo davvero il senso del bene e del male. La cultura mi ha dato coscienza di me stesso’”. Parole che spiegano meglio di qualsiasi statistica il valore di queste esperienze. Perché il carcere resta una pena, ma può diventare anche un’opportunità. E la Toscana, da anni, dimostra che investire su cultura, lavoro e formazione significa costruire sicurezza, dignità e futuro.