di Agnese Stracquadanio
Il Domani, 1 giugno 2026
Se il futuro di un monitoraggio internazionale è in dubbio, la certezza è che il ritiro della missione Onu avrà implicazioni significative in un’area già a lungo emarginata. La sua fine chiuderà occhi imparziali su possibili crimini di guerra, riducendo ulteriormente la protezione dei civili. Il principale riflettore internazionale sul sud del Libano si spegnerà alla fine di quest’anno. Per decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la missione di peacekeeping Unifil operativa nel sud del Libano si concluderà a dicembre 2026, nonostante i nuovi scontri tra Israele e Hezbollah che dal 2 marzo hanno causato la morte di sei peacekeeper, e la rinnovata invasione israeliana del sud del paese. Istituita nel 1978 proprio per monitorare il ritiro di Israele dal Libano e contribuire a ripristinare la sicurezza, la missione si prepara al suo smantellamento mentre è in corso una nuova occupazione israeliana del territorio libanese.
Attualmente composta da circa 8.500 peacekeeper provenienti da 50 paesi - tra cui l’Italia - Unifil opera da sempre esclusivamente sul lato libanese del confine e non è vista di buon occhio dallo Stato di Israele. Nel corso della precedente escalation, più volte l’esercito israeliano aveva intimato alle forze di pace di abbandonare le loro postazioni. “La missione paga il prezzo di quella decisione: in maniera molto aggressiva tra ottobre-novembre 2024 Israele aveva chiesto il ritiro delle forze internazionali. In quel momento decidemmo di restare e fummo anche attaccati più volte”, spiega a Domani Andrea Tenenti, portavoce della missione Unifil dal 2020 al 2025.
Mattarella sente il presidente israeliano Herzog: “Inaccettabili gli attacchi su Unifil” Risoluzioni e proroghe Dopo anni di pressione da parte degli Stati Uniti, con la Risoluzione 2790 dello scorso agosto il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha deciso di rinnovare il mandato della missione ad interim in Libano per l’ultimo anno.
La decisione ha comportato anche l’incarico del sottosegretario generale dell’Onu per le operazioni di pace di presentare alcune proposte sul futuro delle risoluzioni operative nell’area e attualmente supervisionate dai caschi blu. In particolare, la Risoluzione 1701 del 2006 e la Risoluzione 1559 del 2004 che chiedono il ritiro delle forze straniere dal Libano e il disarmo di tutti i gruppi armati presenti nel paese. Nel 2006 la Risoluzione 1701 mise fine alla guerra tra Israele e il gruppo armato Hezbollah e affidò ai peacekeeper il compito di monitorare la fine delle ostilità, garantendo supporto ai civili e all’esercito libanese con l’obiettivo di un maggiore dispiegamento a sud. “Le risoluzioni resteranno valide anche quando Unifil se ne andrà, per questo il Consiglio di Sicurezza ha chiesto al sottosegretario generale di presentare delle opzioni entro l’1 giugno”, spiega Kandice Ardiel, attuale portavoce di Unifil.
Come riferito dalla portavoce, il Consiglio di Sicurezza non ha dato segnali di una possibile revisione della decisione e Unifil non è coinvolta nel processo di elaborazione delle proposte da presentare. “Il Consiglio di Sicurezza potrebbe decidere di smantellare Unifil in favore dell’espansione del Military Observer Group in Lebanon (Ogl), una missione dell’Onu di dimensioni molto più ridotte”, spiega Chiara Ruffa, docente di Scienze politiche presso il Centre for International Studies (Ceri) dell’università Sciences Po di Parigi. Secondo gli Stati Uniti è arrivato il momento per l’esercito libanese di assumere maggiori responsabilità nel sud del paese. Un’affermazione considerata da molti una contraddizione: a corto di equipaggiamento, personale e fondi, l’esercito libanese è sostenuto principalmente proprio dagli Stati Uniti.
Nelle condizioni attuali le Forze Armate Libanesi (Laf) non sarebbero in grado di confrontare l’esercito israeliano e neanche di disarmare con la forza Hezbollah, una mossa che in ogni caso potrebbe innescare tensioni interne che portano il seme della guerra civile. Libano, spari israeliani contro convoglio italiano Unifil. Tajani convoca l’ambasciatore, Crosetto invoca l’Onu Cosa succederà dopo “Chiudere la missione adesso significa lasciare un vuoto nel sud del paese che non favorirebbe in alcun modo un reale processo di pace. Al contrario, rischierebbe di trasformare nuovamente l’area in uno spazio fertile per il proseguimento dell’occupazione israeliana e per una situazione umanitaria simile a quella che vediamo a Gaza”, continua Tenenti.
Come parte del processo di smantellamento della missione, Unifil ha elaborato un piano per il progressivo ritiro del personale e la dismissione di basi, veicoli ed equipaggiamento. “Basandoci su quanto accaduto in altri scenari, le strutture di Unifil potrebbero passare allo Stato libanese”, spiega Ruffa. “Ma tutto dipende delle intenzioni di Israele: se l’obiettivo è mantenere l’occupazione, allora questi siti potrebbero essere occupati dalle forze israeliane”. Se il futuro di un monitoraggio internazionale è in dubbio, la certezza è che il ritiro di Unifil avrà implicazioni significative in un’area già a lungo emarginata. La fine della missione chiuderà occhi imparziali su possibili crimini di guerra, riducendo ulteriormente la protezione dei civili. Anche la creazione di corridoi umanitari subirà gli effetti del ritiro di Unifil, così come saranno ridotte le occasioni di coordinamento tra rappresentanti delle forze armate libanesi e israeliane. Dal 2006 al 2023, infatti, Unifil ha organizzato una serie di incontri trilaterali allo scopo di ridurre le tensioni lungo la linea di demarcazione tra Israele e Libano, denominata Linea Blu.
Razzo sulla base italiana di Unifil, nessun militare ferito: la missione Onu è sempre in balìa degli eventi Come nota l’analista geopolitica Dina Arakji, a livello prettamente locale, Unifil rappresenta “un’ancora di salvezza economica”, che da quasi cinquant’anni contribuisce a creare opportunità di lavoro, spingendo l’economia e collaborando con le municipalità.
A livello globale, lo smantellamento di Unifil in un momento di alta tensione per il paese, produrrà l’effetto di allontanare ulteriormente la comunità internazionale dal conflitto in corso. “La chiusura della missione suggerisce che l’Onu non sia importante nella risoluzione dei conflitti, il che è contrario ai fatti poiché - nonostante i suoi limiti - l’Onu contribuisce a ridurre il numero delle vittime e aiuta a proteggere i civili”, conclude Ruffa.









