sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Marcello Pesarini

Ristretti Orizzonti, 1 aprile 2022

Presso la libreria Affinità Elettive di Valentina Conti il 29 marzo è stato presentato il romanzo “La leggenda del santo ergastolano” dell’avv. Specializzato in Diritto del Lavoro Giuseppe Bommarito, libro edito sempre da Affinità Elettive di Ancona.

Il compito, riuscitissimo, del romanzo “storico”, come lo ha definito il professore dell’UNIVPM di Ancona, Antonio Distasi, anch’egli specializzato nel Diritto del Lavoro, è di introdurre il lettore alla particolare tematica dell’ergastolo ostativo.

Bommarito narra la vicenda di un giovane di famiglia mafiosa che, dopo l’uccisione del padre, viene affiliato in una cosca emergente palermitana, con l’intento di succedere al genitore, cominciando col rendergli giustizia.

Nel momento della scelta, al tempo sicuramente obbligata, fra rivolgersi alle istituzioni e rafforzare la cosca, vero ordine costituito e spinta propulsiva dell’economia degli appalti, poi più tardi dello spaccio dell’eroina e della cocaina, Rocco non ha dubbi, e sceglie la carriera del freddo esecutore per poi salire nella gerarchia. “Lui vuole fare il gangster in guanti bianchi”

Il romanzo fornisce tutti gli elementi di formazione della mentalità del protagonista e del contesto, mentre nella seconda parte, tutta epistolare, porta il lettore nell’isolamento del 4bis.

Il protagonista dopo l’arresto rifiuta di collaborare, di conseguenza a causa dei provvedimenti introdotti nell’Ordinamento Penitenziario nel 1991 attraverso gli articoli 4 bis e 58 ter, cioè dell’ergastolo ostativo per chi non accetta di diventare collaboratore di Giustizia, e di conseguenza viene definito Socialmente Pericoloso, non potrà uscire dopo i 26 anni di pena come vertici e base della sua “cupola”.

La descrizione della vita-nonvita fatta di pochissime ore d’aria, socialità con detenuti selezionati fra quelli lontani dalle proprie precedenti frequentazioni ed a rotazione mensile, rende bene l’allontanamento dal mondo esterno e dalla famiglia; l’epistolario non è destinato tanto a convincere il lettore dell’inumanità del trattamento, della condanna a vita per moglie e figli, quanto alla sua inutilità.

Il dibattito che è seguito ha in primis evidenziato quanto sia consuetudine dell’ordinamento italiano porre ostative del tipo del 4 bis. Similmente nel riconoscimento del risarcimento per l’ingiusta detenzione vede l’art.314 sancire che “chiunque è stato prosciolto con sentenza irrevocabile... ha diritto a un’equa riparazione, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o per colpa grave”. È per questa ragione che si muove da anni il Comitato per il risarcimento a tutti gli assolti con portavoce Giulio Petrilli. Ora il comitato si farà forte della sentenza numero 1684 della quarta sezione penale della Cassazione, che ha considerato il silenzio dell’indagato non ostativo alla riparazione all’ingiusta detenzione.

Molto interessanti e sentiti poi gli apporti che riguardavano opposte scuole di pensiero sulla condanna a vita dei familiari. Ove si è parlato di necessità di conoscere e coltivare tutti gli affetti presenti in famiglia, e si studiano modalità di non rendere i colloqui così penosi come sono dopo il superamento dell’infanzia dei figli, da altre parti si è citato il prefigurato allontanamento fisico e di località dei figli per non subire l’influenza dell’ambiente dei famigliari adulti.

Chi scrive sottolinea che lo stesso autore, narrando delle stragi degli anni 1992 e 1993, seguite all’introduzione dell’ergastolo ostativo, e non da questo causate, abbiano poi visto nascere a Palermo tanti movimenti antimafia, sia nelle parrocchie che nelle scuole, e nel romanzo stesso uno dei due figli di Rocco usa il nome del padre per rinnegarlo e farsi forza di essere fra quelli che ribaltano la mentalità antistatale degli anni 80.

Entro il prossimo maggio il Parlamento dovrà modificare la disciplina dell’ergastolo ostativo prevedendo che la collaborazione con la giustizia non sia più il solo strumento per ottenere la liberazione condizionale. Così ha chiesto la Consulta con l’ordinanza 97 del 2021, prendendosi un anno, per un testo che contiene una serie di proposte che vanno dal numero di anni di pena alle condizioni dell’onere della prova, sempre nello spirito di intervenire in maniera complessiva e non emergenziale.

Sia l’avvocato Bommarito che il professor Distasi hanno puntato il dito sulla logica sempre emergenziale nel campo della Giustizia, pratica che appesantisce la legislazione.

Sul trattamento che riceve la Giustizia italiana in sede della Corte di Strasburgo sono state espresse osservazioni acute come quelle che evidenziavano la poca preparazione della Corte stessa. Essa ha più volte richiamato l’Italia all’applicazione di una pena non deve disumana e comunque tendere alla riabilitazione del detenuto, dettato dell’art. 27 della Costituzione Italiana.

“Un fenomeno come quello mafioso non è facilmente illustrabile agli altri paesi europei, essendo così sostitutivo e rinnegatore al tempo stesso dello Stato” è stato detto. “L’onere della prova a carico del detenuto rispetto alla recisione del legame con l’organizzazione criminale da chi è misurato?”. Potremmo inserire uno dei corpi più vivi e coinvolti negli istituti, cioè il personale pedagogico, sempre per chi scrive, tenendo conto che la ricattabilità ed il coinvolgimento dei familiari è possibile a qualsiasi livello, nessuno escluso.

“Dopo tutti gli studi esperiti e le esperienze vissute come giornalista, mi sento di dire che la pena capitale, dopo 70 anni che è stata abolita, sarebbe più umana per queste persone” altra voce sentita e qualificata dalla sala.

Alle conclusioni dell’autore, che delinea l’impossibilità assoluta di accertarsi delle intenzioni anche del pentito, non rimane che ringraziare chiunque si presti a rendere la Giustizia tema dibattuto.