di Chiara Gabrielli
Il Resto del Carlino, 30 maggio 2020
Abbiamo incontrato i comandanti di Montacuto e Barcaglione che hanno gestito questi giorni così difficili: "Ma ha vinto il dialogo". Se la pandemia ha chiuso ovunque porte e confini, dentro il carcere ha creato nuove solitudini e paure, ma ha anche nuove, importanti responsabilità.
Negli istituti penitenziari di Ancona, a Montacuto con i suoi 324 detenuti e a Barcaglione che ne conta un centinaio, il coronavirus non ha colpito nessuno ma ha cambiato le vite dei carcerati e del personale, e loro familiari. Il timore più grande, dietro le sbarre, quello per i propri cari a casa. Parole chiave: dialogo e informazione.
Il Covid ha modificato il mondo del carcere: in Fase 1 niente corsi scolastici e professionali, niente messe, permessi premio sospesi, colloqui con i familiari solo in video. Mentre fuori da quelle mura l'Italia entrava nel lockdown, in carcere scattava il divieto d'accesso a ogni persona esterna, e dalle celle i detenuti chiedevano notizie sul virus, volevano sapere come stavano le famiglie.
La confusione era molta all'inizio, arrivavano indicazioni contrastanti. Si temevano disordini. Due i tentativi di rivolta a marzo, subito stroncati. Sul campo di battaglia, a fronteggiare pandemia e tensioni, i due comandanti, Nicola Defilippis a Montacuto e Barbara Omenetti a Barcaglione, impegnati sul doppio fronte della prevenzione dei contagi e dell'organizzazione delle videochiamate. I comandanti ricordano quei momenti drammatici, quando in una trentina di istituti ci sono state rivolte che hanno causato 12 decessi.
A Montacuto nulla o quasi, per merito della direzione di Manuela Ceresani e dei comandanti ma anche, sottolineano, dei detenuti "che hanno dimostrato senso di responsabilità. Altrove il virus è stato preso come pretesto per attuare rivolte. Qui non è accaduto. Abbiamo puntato sul dialogo, spiegando che comprendevamo il loro disagio. Il primo giorno di lockdown - specifica Defilippis - ho trascorso sei ore in sezione, incontrandoli uno per uno.
"Vogliamo sapere come stanno i nostri familiari", dicevano tutti. Abbiamo quindi disposto video-colloqui su Skype e Whatsapp, con più telefonate rispetto al solito, e così molti si sono rasserenati. Alcuni temevano poi di essere contagiati dalla polizia penitenziaria, ma ci siamo attivati subito con i dispositivi di protezione individuale e procedure rigorose".
Nonostante ciò, per due volte si è dovuto far fronte a situazioni potenzialmente esplosive: "Durante la prima - ricorda il comandante - c'è stata la battitura delle inferriate messa in atto dalla totalità delle sezioni tranne che dagli As (Alta Sicurezza, criminalità organizzata).
Abbiamo individuato e trasferito immediatamente i promotori. Una settimana dopo, hanno rifiutato il vitto a colazione, avevano intenzione di non mangiare nemmeno a pranzo e cena e di battere le inferriate. Stroncato sul nascere anche questo episodio". Si tratta di campanelli d'allarme, spiegano i comandanti, perché "possono risolversi in un nulla di fatto o rappresentare il preludio di qualcosa di violento. Si comincia con lo sbattere le scodelle e a volte si finisce con l'incendio dei materassi".
Anche a Barcaglione "è stato fondamentale il dialogo - sottolinea Omenetti - e il personale ha risposto all'emergenza dando tutto sé stesso, ciascuno con i suoi problemi, con colleghi bloccati qui per due mesi, lontani dalle loro famiglie". Poi, la Fase 2, non meno complicata della prima. Sono ricominciati i corsi scolastici in video e da lunedì si tornerà a celebrare la messa.
A chi accede, con mascherina e guanti, viene misurata la temperatura. Se un detenuto deve uscire (permesso di necessità) al ritorno dovrà stare in isolamento per 14 giorni (ricavati spazi appositi). Le visite dei familiari sono solo su prenotazione, e i pacchi vengono consegnati dopo 24 ore dall'arrivo in carcere, inoltre non è più garantita la ricezione di contanti ma sono permessi bonifici on line. All'esterno c'è una tensostruttura adibita al pre-triage, sia per i nuovi giunti dalla libertà sia per i trasferiti da altri istituti.
Gli arrestati comunque vanno nel reparto di isolamento preventivo precauzionale. In sala colloqui, sanificata dopo ogni incontro, distanza di due metri tra detenuto e familiare e tra le postazioni. Vietato ogni contatto. "Ci dicono che gli incontri così sono molto freddi - spiegano Defilippis e Omenetti. Ci rendiamo conto che è difficile vedere i propri cari e non poterli abbracciare ma, se dovesse accadere, saremmo costretti a mettere in isolamento il detenuto. Così, tanti continuano a preferire il colloquio via Skype".










