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di Patrizio Gonnella

Il Manifesto, 2 luglio 2026

Settantacinque anni, malato, da poco colpito da ictus, entrato qualche giorno prima per scontare una pena non elevata, muore in solitudine nel carcere fiorentino di Sollicciano. Pochi chilometri più a ovest, alle Dogaie di Prato, a soli ventisei anni muore anche lui in carcere e non per scelta volontaria. Pare avesse denunciato violenze subite dalle forze di Polizia al momento dell’arresto. Due storie che non stordiscono l’opinione pubblica come dovrebbe accadere, che lasciano insensibili le istituzioni. Siamo a 114 morti nelle prigioni d’Italia dall’inizio dell’anno. Una parte viene qualificata dall’amministrazione penitenziaria come decessi con cause da accertare. Il punto è che restano tali anche nei mesi e anni a seguire.

Le due morti avvenute nelle carceri di Firenze e Prato sono tra loro molto diverse e riconducibili a responsabilità differenti. Nel caso del signore deceduto a Sollicciano, le indagini dovranno chiarire, in sequenza: perché una persona così anziana e così compromessa nella salute è stata portata in carcere e non in una struttura medica? Perché è stata portata proprio a Sollicciano? Perché si è ignorato che tale istituto, come abbiamo raccontato sulle pagine di questo giornale, pochi giorni addietro era stato parzialmente chiuso dalla magistratura proprio per le sue condizioni insalubri e degradate? Perché non è stato trasferito in un centro clinico penitenziario come quello di Pisa? Perché non è stato previsto un ricovero ospedaliero controllato? Attendiamo risposte dalla magistratura.

Il detenuto morto a Prato era giovane, così giovane che il suo decesso dovrebbe lasciare tutti basiti. In questo caso l’autopsia sarà determinante. Vanno preservate tutte le informazioni utili a capire cosa è accaduto prima della sua morte, innaturale per un ragazzo così giovane. Come detto, pare avesse denunciato violenze subite al momento dell’arresto. Le indagini dovranno accertare se ci sono state visite mediche di primo ingresso nel carcere di Prato e cosa hanno certificato. E andranno confrontate con i dati autoptici.

Di fronte a 114 morti in sei mesi nelle carceri italiane dovrebbe scattare la reazione politica. Temiamo non avverrà. Sarebbe del tutto ovvio attendersi l’istituzione di una commissione di inchiesta parlamentare diretta ad accertare responsabilità individuali e sistemiche. Sulle responsabilità individuali ci affidiamo alla magistratura, su quelle sistemiche è invece necessario mettere in moto una catena di indignazione, trasformando quest’ultima da reazione individuale a valanga sociale. È del tutto incredibile che in una situazione così compromessa e degradata l’amministrazione penitenziaria non faccia subito tre o quattro cose per rendere la vita in carcere meno indegna e indecente. Gliele suggerisco qua di seguito: consentire una telefonata al giorno ai propri cari, mettere un piccolo frigo e un ventilatore in ogni cella per rendere sopportabile l’estate, chiudere del tutto gli istituti indecorosi come quello di Firenze, proteggere chi denuncia violazioni e abusi. Questo è il minimo che ci si attende da un’amministrazione pubblica.

Intanto due notizie, che sono due speranze, per il prossimo futuro carcerario. Il 14 luglio, la neonata alleanza per una pena umana e costituzionale, composta da tante associazioni, ha chiesto al ministero della Giustizia di poter visitare decine e decine di istituti in Italia insieme a esponenti delle istituzioni locali e della società civile. Il 22 settembre la Corte costituzionale, sollecitata dal tribunale di Sorveglianza di Firenze a partire dal caso Sollicciano, dovrà decidere se è legittimo tenere una persona in carcere qualora questo sia un luogo insano, degradato o stracolmo. Tra il 14 luglio e il 22 settembre non vorremmo fare la conta dei morti, dei suicidi, delle tragedie. In una situazione così compromessa per la dignità e la salute di detenuti e operatori penitenziari, ogni inerzia è colpevole.