di Lucia Capuzzi
Avvenire, 17 novembre 2019
L'atmosfera è esplosiva. La Bolivia rischia di andare "fuori controllo se le autorità non gestiscono la situazione con attenzione". Parola dell'Onu che, per bocca dell'Alto commissario per i diritti umani, Michelle Bachelet, insieme alla Commissione interamericana, ha denunciato "l'utilizzo sproporzionato della forza da parte di agenti e militari" dopo le ennesime violenze nella notte tra venerdì e sabato.
Epicentro del conflitto la regione del Chaparé, roccaforte dei sostenitori di Evo Morales, in autoesilio in Messico dopo le dimissioni, domenica scorsa. I "cocaleros" di Sacaba - produttori di foglia di coca, settore da cui proviene lo stesso Morales - hanno organizzato una marcia verso Cochabamba per protestare contro il governo ad interim guidato da Jeanine Afiez, esponente dell'opposizione.
Negli scontri con le forze di sicurezza, nove contadini sono stati uccisi, altri venti sono rimasti feriti. Il tragico bilancio delle proteste di segno opposto, in atto dalle elezioni del 20 ottobre, è salito, così, a diciannove vittime -14 nell'ultima settimana - 550 feriti e oltre seicento arrestati. A La Paz e a El Alto, ci sono stati combattimenti tra migliaia di "pochos rojos" - fedelissimi del precedente presidente - e la polizia.
L'uscita di scena di Morales - accusato dall'Organizzazione degli Stati americani (Osa) di brogli e costretto a lasciare su "suggerimento" delle forze armate - non solo non ha risolto la crisi. Bensì l'ha esacerbata. L'intervento dei militari ha consentito a quest'ultimo di imputare la propria caduta a un "golpe".
Da Città del Messico, Evo, come lo chiamano i boliviani, continua a ripeterlo. "La mia colpa è di essere il primo leader indigeno" afferma colui che, pur di correre a un quarto mandato, non ha esitato a forzare la Costituzione e a ignorare l'esito del referendum del 2016. Nell'ultimo appello, in realtà, Morales ha cercato di abbassare i toni, invitando al dialogo con l'opposizione e dicendosi disposto a farsi da parte.
La tensione, però, a La Paz non è diminuita. A tenerla elevata contribuisce il peso crescente dell'ala radicale nel movimento anti-Morales, inizialmente, variegato sotto il profilo sociale. Ora, invece, a prevalere sono i comitati civici - in particolare quello di Santa Cruz che fa capo a Luis Camacho - vicini all'élite non indigena dell'est e da sempre ferocemente anti-Morales.
Le prime mosse del nuovo esecutivo ne sono la dimostrazione. A poche ore dal dramma di Sacaba, Afiez ha firmato un controverso decreto che esonerai militari da responsabilità penali quando "nelle operazioni per ristabilire l'ordine interno" "agiscano per legittima difesa o stato di necessità".
"È una licenza di uccidere", ha tuonato il Movimiento al socialismo (Mas), il partito di Morales. Quest'ultimo - che rifiuta la nomina di Afiez, non ratificata dai deputati - ha convocato per martedì una riunione del Parlamento - dove ha la maggioranza di due terzi - per convocare nuove elezioni. La tentazione del "tutto o niente" - quella che ha portato Morales a passare da statista pragmatico, in grado combinare crescita e ridistribuzione a "candidato a oltranza" - resta il principale scoglio alla pacificazione.
Questa presuppone il dialogo, come ha sottolineato anche ieri la Conferenza episcopale boliviana. "Chiediamo al governo di astenersi da atti di eccessiva violenza contro i manifestanti", si legge nell'ultimo comunicato.
La posta in gioco è alta. Il principale successo di Morales, oltre all'aver dimezzato la povertà, è l'inclusione degli indigeni maggioranza della popolazione - nella dinamica nazionale. Ora, però, il delicato equilibrio si sta spezzando. E la crisi politica è a un passo dal trasformarsi in guerra civile etnica.










