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di Marta Tonti

huffingtonpost.it, 13 dicembre 2025

La morte di una donna avvenuta la notte scorsa presso la Casa Circondariale di Rebibbia interroga, ancora una volta, sulle criticità delle carceri italiane. La notte tra l’11 e il 12 dicembre è morta una donna detenuta nella Casa Circondariale di Rebibbia, a Roma. Sulle generalità e sulle dinamiche che hanno portato al decesso è ancora in corso un’indagine della Polizia Penitenziaria. Tra le ipotesi al vaglio c’è quella di un’overdose da psicofarmaci. Una vicenda che torna a supportare la tesi di un carcere che, come nel resoconto della testimonianza di B., ex detenuta a Rebibbia, “placa, addormenta e annienta, mentre lo Stato risparmia su tutto ciò che davvero servirebbe per curare, riabilitare, rieducare”.

La notizia ha colpito anche ambienti fuori dal perimetro giudiziario: “Ho appreso della morte di una donna nel carcere di Rebibbia proprio mentre con diversi magistrati avevamo iniziato un convegno sulle carceri, abbiamo osservato un minuto di silenzio anche per una riflessione; questa è una notizia veramente triste che ci porta però ancora una volta a verificare qual è lo stato di disagio, sofferenza, mancanza di dignità in cui vivono i detenuti”, ha commentato il vescovo Domenico Fisichella.

Si ripropone ancora una volta il dibattito sulle strutture detentive e sul sistema carcerario tout court che più generalmente seda il disagio piuttosto che ascoltarlo. La morte di questa donna rappresenta non solo una tragedia individuale, ma anche un indicatore sistemico. Come si rieduca una donna in un’istituzione che non è stata strutturata e progettata per lei? Non si può “rieducare” dove non si cura. Non si può reinserire dove non si vive. Finché non si lavorerà in tal senso, o almeno i virtuosismi non si espandano a macchia d’olio, il carcere femminile continuerà a restare prevalentemente un territorio dimenticato, dove il disagio psichico si cronicizza e, ancora, dove la vita resta sospesa: “Le mura sono grigie. Il grigio aumenta la depressione, e la depressione aumenta il consumo di psicofarmaci”, prosegue B., definendo questo sistema un vero e proprio pericoloso “circolo vizioso”.

Anche la Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Roma, Valentina Calderone ha commentato la vicenda con un post sui social: “Dentro al carcere si sta male, si ha freddo, ci si ammala, si prendono provvedimenti disciplinari per essere andate a fare la doccia a un piano diverso dal tuo perché al tuo manca l’acqua calda. Io le vorrei proprio urlare le cose che vedo e sento dentro”