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di Federica Olivo

huffingtonpost.it, 12 febbraio 2025

L’allarme lanciato dal procuratore nazionale Antimafia Melillo (“Il sistema di alta sicurezza è assoggettato al dominio della criminalità”) trova subito una sponda nel centrodestra. Commissione al lavoro su una norma per ridurre al minimo i benefici. Il 41 bis come precetto “saldo e inamovibile”. È Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, a usare i termini che più degli altri sintetizzano l’arroccamento della maggioranza e del governo sul carcere duro. Che, per la maggioranza e il governo, va difeso. E, se possibile, reso ancora più duro. Per ora lo si blinda a parole - “il 41 bis non si tocca, perché è l’unico strumento che funziona per fermare le comunicazioni dei boss”, è il refrain - ma un’ulteriore stretta potrebbe arrivare attraverso la legge. La Commissione parlamentare antimafia, infatti, ha iniziato degli approfondimenti in tal senso.

L’occasione per ribadire la linea del governo sul il regime carcerario istituito negli anni 90 - censurato, per alcuni suoi aspetti, sia della Consulta che della Corte europea dei diritti dell’uomo, che anche la Francia ora ci vuole copiare - è arrivata con una maxi operazione antimafia palermitana. Sono state arrestate, per mafia, 181 persone. Dalle indagini è emerso che alcuni boss comunicavano dal carcere con dei cellulari criptati. Si trattava di soggetti in regime di alta sicurezza. Quel circuito che, cioè, si trova un gradino sotto rispetto al 41 bis. Come spiega l’associazione Antigone, ci finiscono, di default, i detenuti condannati per mafia, terrorismo, organizzazione del traffico di droga, che non siano ritenuti così pericolosi da meritare l’isolamento e le varie limitazioni imposte dal 41 bis, ma che sono siano considerati più pericolosi dei detenuti comuni. E, quindi, soggetti a regole più stringenti. Regole che, secondo il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, ultimamente spesso vengono bucate: “Da questa straordinaria indagine della Procura di Palermo viene fuori un dato allarmante: l’estrema debolezza del circuito penitenziario di alta sicurezza che dovrebbe contenere la pericolosità dei mafiosi che non sono al 41 bis”, ha dichiarato il vertice dell’antimafia. “L’inchiesta di Palermo mostra chiaramente, confermando quanto emerso in altri contesti investigativi, che il sistema di alta sicurezza è assoggettato al dominio della criminalità. È un tema delicato che deve aprire una riflessione profonda”, ha aggiunto. Un assist al governo per spingere ancora di più sul 41 bis, al quale ora sono ristrette circa 730 persone. E per puntare un faro sulle falle dell’alta sicurezza.

L’invito alla “riflessione profonda” è stato colto, come accennavamo, dalla Commissione parlamentare antimafia, che sta riflettendo sulla possibilità di proporre modifiche alla legge. “L’obiettivo - ci spiega una fonte della Commissione - è quello di verificare lo stato di attuazione del 41 bis e del 4 bis”. Quest’ultimo articolo riguarda i cosiddetti reati ostativi. Quelli che, cioè, impediscono al detenuto di avere benefici (permessi premio ecc) a meno che non si pentano. Non diventino, cioè, collaboratori di giustizia. Questo meccanismo - in particolare in riferimento all’ergastolo ostativo - era stato messo in discussione dalla Corte costituzionale. La Consulta, infatti, aveva detto che se il Parlamento non fosse intervenuto entro un anno, avrebbe dovuto dichiarare l’ergastolo ostativo incostituzionale. Le Camere avevano risposto nel 2022, cambiando la legge. Ed è proprio su quella legge che, spiegano dalla Commissione antimafia, sarà messo un faro.

Alla maggioranza, del resto, quel provvedimento non era mai piaciuto, perché - nonostante preveda criteri ben precisi e numerosi paletti - è considerato una sorta di liberi tutti. E ora, complici i fatti di cronaca degli ultimi giorni, vorrebbe metterci le mani. Non sfugge, però, ai commissari che intervenire su un tema su cui si è già espressa con chiarezza la Consulta è molto complicato. Ed è per questo che un testo ancora non c’è. Se sarà disposto, avverrà solo dopo un ciclo di audizioni. Una di queste è già in programma: il giornalista di Repubblica, Salvo Palazzolo, sarà sentito domani, 12 febbraio.

Sul tema la premier, Giorgia Meloni, è intervenuta due volte in 24 ore: “Ho letto le intercettazioni - ha dichiarato - in cui alcuni boss si scagliano contro di me e il Governo italiano per non aver allentato il carcere duro ai mafiosi. Un’ulteriore conferma che siamo sulla strada giusta. Il nostro impegno nella lotta alla mafia è totale. Il 41 bis e l’ergastolo ostativo restano capisaldi imprescindibili. Nessun cedimento alla criminalità organizzata finché saremo noi a governare l’Italia”. La tesi della premier e di tutto il governo è: il 41 bis è l’unica misura davvero efficace per far sì che i boss smettano di comandare. Gli arresti di oggi ne sarebbero una dimostrazione. Di fronte a questo quadro - condiviso anche dai vertici dell’antimafia - i rilievi di tipo umanitario e quelli sul fatto che i detenuti al carcere duro sono in continuo aumento nonostante la mafia non sia più quella di 40 anni 30 anni fa passano in secondo piano.

Dopo aver saputo della maxioperazione di oggi la premier è intervenuta di nuovo: “Lo Stato c’è e non arretra”, scrive, ricordando che i mafiosi arrestati dicevano, nelle intercettazioni, che l’Italia era diventata scomoda per loro. La linea di Meloni è ribadita da vari esponenti della maggioranza. Per il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro siamo di fronte all’ “ennesima riprova che sul carcere duro non bisogna indietreggiare di un millimetro. Ogni cedimento è un favore alla mafia. Il 41 bis resta e resterà”. L’altro sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari, osserva: “A chi chiede di attenuare o eliminare il regime 41 bis rispondiamo con un secco no. Alla prova dei fatti, il cosiddetto ‘carcere duro’ dimostra la sua irrinunciabile utilità. Mafiosi e terroristi sono avvisati”.