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di Elisabetta Moro

cosmopolitan.com, 7 ottobre 2025

A settembre la scuola è ricominciata anche in carcere per gli oltre 500 ragazzi detenuti negli IPM e non solo. Il mese dove tutto lentamente ricomincia è appena finito. Settembre è passato, la scuola è iniziata, si è di nuovo faccia a faccia con i doveri e gli impegni. Ad ottobre si ha già ripreso il ritmo, l’abbronzatura è sbiadita e ci sono le prime interrogazioni. Il rientro a scuola è un ricordo come le giornate al mare di agosto. C’è, però, un gruppo di alunni che ogni anno vive il back to school in modo diverso, inverso, rallentato e a singhiozzo. Non come un ritorno né come la fine di un periodo di svago. Si tratta dei 597 minori, di cui 26 ragazze, (i dati sono della fine di marzo 2025) detenuti negli Istituti Penali per i Minorenni (IPM).

“A settembre la scuola ricomincia anche in carcere”, spiega Sofia Antonelli che fa parte del gruppo di osservatori di Associazione Antigone, “anche se non c’è un giorno fisso a livello nazionale come succede fuori perché tutto ciò che accade negli IPM è un più lento e faticoso a livello organizzativo”.

La scuola in carcere, però, a un certo punto riprende, con tempi e modalità diverse a seconda dell’istituto. Ad agosto il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha stanziato 25 milioni di euro per ampliare l’offerta formativa e realizzare laboratori per la scuola in carcere, poi molto dipende dalla gestione dei fondi stessi. L’istruzione, negli IPM, è affidata ai CPIA fino ai 16 anni e poi possono esserci delle convenzioni con gli istituti scolastici come licei, istituti tecnici o professionali. “Ci sono i cosiddetti corsi di alfabetizzazione, soprattutto per i ragazzi stranieri e poi le scuole medie e un primo biennio superiore”, dice Antonelli, “Ci sono anche corsi ibridi che servono a colmare determinate lacune o ad accompagnare il ragazzo alla preparazione di un esame specifico come l’esame di terza media o di maturità”. Spiega che, quando devono sostenere degli esami, i ragazzi detenuti possono, a seconda dei casi, ottenere un permesso per uscire dal carcere, oppure svolgerlo all’interno, con i professori che vengono chiamati nell’istituto.

Dalle ispezioni di Associazione Antigone è emerso che nel 94,7% delle strutture sono presenti spazi dedicati esclusivamente alla scuola e alla formazione, mentre nel 4,2% tali spazi risultano del tutto assenti. Tutti gli IPM hanno delle aule scolastiche, tendenzialmente anche dotate di arredi come banchi, lavagna elettronica, libri di testo e cancelleria. “Dipende poi da cosa mette a disposizione l’istituto, l’ente che eroga il percorso scolastico o anche le associazioni di volontariato”, continua la portavoce di Antigone, “A volte possono esserci delle donazioni particolari. Magari un ente decide di regalare dei banchi o dei computer”. Le classi, poi, sono solitamente miste. Non c’è la prima media, la seconda media, ma un’unica classe con attività ritagliate sul singolo. La scuola solitamente si fa la mattina e il pomeriggio ci sono le altre attività sportive o professionalizzanti o ricreative”.

Quello dei corsi professionalizzanti è un tema importante. “Ce ne sono pochissimi purtroppo”, osserva Antonelli, “Sono corsi organizzati dalla regione che rilasciano un certificato spendibile ad esempio da pizzaiolo qualificato, da elettricista, eccetera. E una volta che esci lo puoi utilizzare. Sono molto utili perché nell’IPM ci sono anche ragazzi un po’ più grandi, che hanno già finito il percorso scolastico o non sono interessati a proseguirlo. È invece una formazione lavorativa magari la farebbero volentieri”. Il problema è spesso la lunga durata di questi corsi, la necessità di un numero minimo di partecipanti o le lungaggini burocratiche, specie quando sono coinvolti ragazzi stranieri che non hanno i documenti.

Secondo l’ultimo report di Antigone, i detenuti negli Ipm sono minorenni nel 62,1% dei casi e per il resto si tratta di giovani adulti sotto i 25 anni che hanno compiuto il reato da minorenni. I ragazzi stranieri costituiscono il 49,9% del totale e sono soprattutto (80%) provenienti dal Nord Africa e quasi sempre minori non accompagnati. Ma, a settembre, non tornano in classe solo i detenuti in età scolare, anche molti adulti vanno a scuola in carcere, con corsi pensati a seconda del livello di alfabetizzazione e istruzione di ciascuno. C’è anche la possibilità, a seconda dell’istituto, di frequentare l’università tramite il Polo Universitario Penitenziario che gestisce le collaborazioni tra atenei e istituti penitenziari con professori e tutor che possono entrare in carcere per fornire materiale, supporto e tenere gli esami. In base agli ultimi dati del Ministero della Giustizia, nell’anno scolastico 2023-2024 sono stati erogati in totale 1.711 corsi scolastici, coinvolgendo 19.250 persone iscritte, un numero in aumento (anche se le performance sono in calo) così come gli iscritti all’università, cresciuti complessivamente del 7,5% rispetto all’anno accademico 2023-2024.

“Tra i 14 e i 16 anni siamo all’interno della scuola dell’obbligo e quindi un percorso è in qualche modo sempre previsto”, spiega Sofia Antonelli, “Dopo diventa più difficile perché dipende dalla volontà dei ragazzi e spesso hanno vissuti difficili e percorsi scolastici carenti e non è sempre facile coinvolgerli”. “Qualcuno”, aggiunge, “può anche mal sopportare la scuola perché si trova obbligato ad andare in classe tutte le mattine mentre, magari, fuori era abituato ad essere più libero e a non andarci proprio”. Molto, quindi, dipende dal lavoro degli operatori e dalla loro capacità di coinvolgere i ragazzi: in certi casi la scuola, e magari l’incontro con un bravo professore, può diventare un gancio nel percorso di formazione e reinserimento.

“In generale”, spiega Antonelli, “la scuola in carcere ha sicuramente uno scopo educativo e di formazione per il futuro, ma anche banalmente quella di passare la giornata”. Le condizioni di vita in carcere, infatti, sono particolarmente difficili, anche negli istituti per minori. Spesso si tratta di ambienti sovraffollati, con materassi messi a terra per dormire, poche attività durante il giorno e tantissime ore passate in cella. Attualmente 9 dei 17 Istituti Penali per Minorenni italiani soffrono di sovraffollamento, mai registrato nelle carceri minorili prima del Decreto Caivano che ha ampliato la possibilità di applicazione della custodia cautelare per i minorenni e ridotto l’uso delle alternative al carcere.

A queste condizioni l’estate, in particolar modo, diventa un periodo estremamente complesso per chi vive in carcere, specie con le temperature elevate degli ultimi anni. “Bisogna pensare che in estate noi andiamo in vacanza e magari lasciamo la città. In carcere, invece, si resta lì”, dice Antonelli di Antigone, “È tutto il resto che lascia te: là, fermo”. Durante l’estate non ci sono le attività scolastiche e in generale gli IPM e tutti gli istituti penitenziari sono più vuoti di personale e di volontari. “Il tempo passa ancora più lento. Quindi quando poi riparte la scuola, tra settembre e ottobre, le giornate tornano ad essere più più piene. Ripartono anche le attività ricreative e si rimette un po’ in moto tutto”.

La scuola, dunque, rappresenta un’occasione per tante persone detenute, ma non sempre viene gestita nel migliore dei modi. In molti istituti, soprattutto per adulti, c’è carenza di personale, di percorsi, di opportunità di studio e di lavoro. “Negli istituti per minori è un po’ più facile perché sono più piccoli”, spiega ancora Antonelli, “ma mi è capitato di andare al Beccaria di Milano e trovare a mezzogiorno i ragazzi tutti chiusi in cella a dormire mentre nell’aula scolastica c’erano solo due ragazzini su 60. Non dovrebbe succedere e invece a volte le attività vengono limitate, magari perché ci sono scontri tra i ragazzi o difficoltà di gestione. Gli ostacoli sono tanti, le risorse sono poche ma bisognerebbe sempre sforzarsi di trovare delle soluzioni”.