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di Federica Olivo

huffingtonpost.it, 21 gennaio 2023

Intercettazioni, mafia, riforma Cartabia: c’è qualcuno che fa il controcanto a Nordio. E non è uno qualsiasi: è la voce della Meloni a via Arenula, incaricato di temperare le sortite garantiste del ministro.

Il ministro alza la posta e lui corre ad abbassarla. Il ministro dice frasi di difficile interpretazione, che fanno indignare (sottovoce) l’ala oltranzista della maggioranza, e lui corre con l’interpretazione autentica. Quella di Fratelli d’Italia, si intende. E ancora, il ministro annuncia rivoluzioni, lui corre a circoscriverle. Al punto che di rivoluzione non si può parlare più. Andrea Delmastro delle Vedove, sottosegretario in via Arenula, plenipotenziario di Fratelli d’Italia per quanto riguarda la giustizia, si sta ritagliando sempre un ruolo sempre più importante. Da ministro ombra, o giù di lì. È l’addetto a stemperare le ire di chi - anche tra i meloniani - non condivide certe posizioni del ministro Carlo Nordio. E a mandare messaggi distensivi all’elettorato. Come a dire: “Tranquilli, passerà la nostra linea”. Sulle intercettazioni e su tutto il resto.

Avvocato di Biella, un piede in via Arenula, un piede in Parlamento, Delmastro spesso attraversa il Transatlantico con passo spedito. Difficile vederlo di cattivo umore. Le parole d’ordine sono quelle di sempre, condite con qualche accenno di garantismo quando si tratta di eccesso di custodia cautelare per i reati contro la pubblica amministrazione o di sindaci indagati per abuso d’ufficio. “Noi siamo l’unico partito che non ha sostenuto quel referendum folle sulla custodia cautelare. Stai pur sicuro che non toglieremo le intercettazioni, che fino a quando ci sarà la destra al governo le misure cautelari per gli spacciatori ci saranno, che continueremo a fermare i criminali, che con la mafia il pugno di ferro sarà spietato”, tuonava, durante la festa di Fratelli d’Italia, rivolgendosi a Marco Travaglio, durante un confronto. Ironia della sorte, Delmastro si era trovato a sostituire Nordio all’ultimo momento. Il ministro avrebbe dovuto discutere di giustizia con il direttore del Fatto ma, inspiegabilmente, non si era presentato. Delmastro, con il piglio di sempre, ne aveva approfittato per sbandierare il manifesto meloniano della giustizia. Non esattamente coincidente con quello del ministro che proprio FdI ha voluto a dirigere via Arenula.

Chiamato a dare garanzie sui programmi dei patrioti su criminalità, carceri, processi e simili, fino a poche settimane fa Delmastro poneva i distinguo in maniera pacata, attento a non dare l’idea di essere troppo in disaccordo con il suo ministro. Nelle ultime settimane, però, con le polemiche sulle parole di Nordio sulle intercettazioni - polemiche che si sono autoalimentate quotidianamente con le ripetute precisazioni del ministro - ha avuto un bel daffare. Sempre nell’ottica di “tranquillizzare” l’elettorato di FdI, abituato a un partito che ammiccava al giustizialismo e che invece ha scelto un ministro che vorrebbe cancellare alcuni reati, ridurre le intercettazioni e porre attenzione nei confronti del carcere.

In una settimana infuocata dall’arresto di Matteo Messina Denaro, ecco che Nordio ribadisce la sua crociata contro le intercettazioni. O meglio, contro l’abuso che, sostiene, se ne fa. Per inciso, chi quotidianamente lavora con il ministro sa bene che la sua idea è quella di minimizzare le possibilità che le conversazioni intercettate possano finire nelle mani di chi non dovrebbe averle ed arrivare alla stampa. Eppure, con i suoi interventi alle Camere o sui media, il Guardasigilli sul punto non è mai stato chiaro, e così si è diffusa la convinzione - anche dentro Fratelli d’Italia, oltre che nella Lega - che fosse volesse andare un po’ oltre. Ed è proprio in questi momenti che Delmastro è intervenuto. Nel bel mezzo della tempesta, ha provato ad arginare i danni. Qualche esempio? Matteo Messina Denaro viene arrestato non molti giorni dopo che Nordio aveva sentenziato: “I mafiosi non parlano al telefono”. Ironia della sorte, le intercettazioni dei suoi sodali sono state fondamentali per la cattura de U siccu. Allora il ministro ha ristretto il campo, con poco successo: “Volevo dire che i mafiosi non parlano dei loro reati al telefono”, ed ha poi aggiunto che su mafia e terrorismo non sarebbe cambiata la disciplina. Ma siccome c’era bisogno di un’ulteriore rassicurazione, eccolo Delmastro, che prova a mettere la parola definitiva: “Le intercettazioni sono uno strumento essenziale per contrastare la criminalità. Con il governo Meloni, così come per il 41 bis, non verrà mai meno nessuna normativa per contrastare la criminalità”. Il riferimento al 41 bis - regime imposto a Messina Denaro - non è casuale. Il Guardasigilli, infatti, da quando è in via Arenula ha firmato vari decreti di carcere duro, quello nei confronti del super boss è solo l’ultimo, ma ha sempre mostrato qualche scetticismo rispetto a regimi di carcere più punitivi che rieducativi.

Ancora sulle intercettazioni. Assodato che non si toccheranno quelle utili nelle inchieste su mafia e terrorismo, il ministro era stato vago su quelle che vengono fatte per i reati contro la pubblica amministrazione. Durante la presentazione della relazione sull’amministrazione della giustizia alla Camera ha fatto un fumoso riferimento ai “reati satelliti” della criminalità organizzata. “Ma la corruzione è tra questi?”, è stata la domanda, circolata a voce alta tra i banchi dell’opposizione ma anche, a sottoforma di qualche bisbiglio, tra i banchi di Lega e FdI. Anche in questo caso, ecco pronta la risposta di Delmastro, sulle pagine del Corriere della Sera, alla domanda “la corruzione è tra questi?”: “Assolutamente sì - dice il sottosegretario - perché molto spesso la mafia viene intercettata nel momento delicatissimo in cui i soldi sporchi diventano puliti”. Anche qui, il senso dell’operazione è chiaro. Ma, se vogliamo, lo diventa ancora di più quando finalmente il fedelissimo di Meloni disegna quelli che saranno i veri confini della (mini)riforma delle intercettazioni: “Bisogna intervenire da una parte con l’Ispettorato generale per verificare che non vi siano fuoriuscite di notizie dalle Procure stesse, dall’altra parte con una norma più stringente. E poi lo dico onestamente, sì, anche sui giornali”. Varrebbe la pena di ricordare che le fuoriuscite dalle procure di atti, magari contenenti anche intercettazioni, ancora coperti da segreto sono già reato - chiamasi rivelazione del segreto d’ufficio - e che per i giornalisti che pubblicano integralmente, non limitandosi al contenuto, intercettazioni non più coperte da segreto è prevista una pena pecuniaria (che la maggioranza propone in Parlamento di trasformare in carcere). Ma, al di là di questo, le parole di Delmastro hanno l’obiettivo di disinnescare quella che agli occhi di molti è parsa una bomba. E lasciano intravedere che, come già è accaduto per altri atti del governo, la montagna partorirà il topolino.

Intercettazioni, ma non solo. Contrariamente al Guardasigilli - che considerava Marta Cartabia “il miglior ministro della giustizia dai tempi di Gonella” - a Delmastro la riforma del penale voluta dall’ex ministra non è mai piaciuta. A lui, così come al suo partito. E allora, quando si è iniziato a parlare degli effetti del provvedimento e dei rischi che - secondo i detrattori - si correvano facendo diventare alcuni reati perseguibili a querela, ecco che invece di accordarsi al ministro lo ha anticipato: “La riforma Cartabia va cambiata. I fatti successi sono gravissimi. E mi sento di poter assicurare che agiremo in fretta”, dichiarava il 13 gennaio. Il ministro si sarebbe esposto sul tema solo il giorno dopo. In questi giorni frenetici di dibattito più o meno superficiale sulla giustizia, la settimana di Delmastro finisce così: tra una giocata in difesa (della linea di FdI) e una in attacco (per scongiurare attacchi altrui). C’è da immaginare che, con le varie riforme della giustizia in cantiere, le prossime settimane non saranno più tranquille. Per lui e per tutta la maggioranza.