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di Simona Maggiorelli


Left, 18 dicembre 2020

 

"Un uso indiscriminato del carcere come strumento di punizione porta inevitabilmente una maggiore insicurezza per i cittadini" osserva l'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando. "La pena va trasformata in un'ottica di finalità rieducativa come indica la nostra Carta".

Il sovraffollamento in carcere è una questione annosa. Per questo l'Italia è stata condannata dalla Corte europea nel 2013. Con il Covid la situazione è ulteriormente peggiorata. Lo denunciano numerose associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e lo documenta ogni settimana Radio carcere dando voce ai detenuti attraverso Radio radicale.

 

Onorevole Orlando come si può e si deve intervenire per affrontare questa grave situazione?

Si può intervenire facendo quello che chiediamo da tempo: che si riprenda la riforma del sistema penitenziario che è rimasta appesa nel passaggio fra le due legislature nel 2018. Perché in quella riforma c'erano tutti gli strumenti per intervenire sul sovraffollamento senza provvedimenti di carattere eccezionale, ovvero senza "lotterie" che beneficiano alcuni in specifiche condizioni oggettive e magari penalizzano altri che in quel momento non hanno quei presupposti. Al contrario la riforma era basata su un'idea di valutazione del percorso trattamentale e della possibilità di utilizzare pene alternative; il che coniuga la flessibilità e la congruità del trattamento alla certezza della pena. La pena non viene cancellata viene trasformata in un'ottica di finalità rieducativa come indica la Costituzione.

 

A questo proposito ormai è dimostrato che il tasso di recidiva si abbassa molto se la pena non è scontata "marcendo in cella". È un interesse dello Stato recuperare pienamente la funzione rieducativa del carcere e conviene a tutti?

Io ho sempre sostenuto che la sicurezza non si garantisce con questo tipo di carcere. Tutti i passi che abbiamo fatto nella direzione di una più forte flessibilità dell'esecuzione della pena hanno dato frutti positivi a partire dalla messa alla prova, così come la possibilità di usufruire delle pene alternative. La reclusione è uno strumento rigido che impone un trattamento uguale a situazioni diverse. In altre parole c'è un effetto emulazione dentro il carcere e delle gerarchie criminali che dentro il carcere si esplicitano e si concretizzano che portano a una regressione, non a una educazione del detenuto.

 

Il carcere andrebbe abolito come hanno sostenuto figure autorevoli?

Io non credo che si possa abolire il carcere, ma ritengo che debba essere utilizzato in modo intelligente. Perché un uso indiscriminato del carcere come strumento di pena porta a una crescita della recidiva e quindi inevitabilmente una maggiore insicurezza per i cittadini. Prova ne è il sistema minorile che ha adottato un ampio ricorso alle pene alternative e di messa alla prova. Peserà anche l'età ma è un fatto che il tasso di recidiva dopo la riforma è sceso drasticamente.

 

Il punto è evitare il contagio criminale in carcere?

Direi proprio di sì.

 

Ma non basta. Dobbiamo anche lavorare a una umanizzazione del carcere. Per questioni di prevenzione anti Covid sono stati interrotti i colloqui con i familiari. Lei si era molto occupato della questione dell'affettività in carcere, che non deve essere un diritto negato...

Noi avevamo eliminato tutte le separazioni nei colloqui rimuovendo il bancone che divideva i detenuti dai parenti. Avevamo introdotto strumenti che permettessero anche il rapporto con i bambini, garantendo a loro dei percorsi protetti che evitasse il trauma del contatto con genitori detenuti in certi contesti particolarmente degradanti. Avevamo lavorato sul tema delle detenute madri. Tutte queste iniziative sarebbero state realizzate con il compimento della riforma che però non è avvenuto. Nella riforma si affrontava anche il tema dell'affettività in modo più strutturato. Rita Bernardini aveva coordinato un gruppo di lavoro che aveva prodotto una normativa andando in quella direzione. Io credo che anche quello sia un lavoro che debba essere ripreso. Ricerche europee ci dicono che un carcere umanizzato che non interrompa i rapporti del detenuto con l'esterno è un carcere che ha più propensione a rieducare; è un carcere che in qualche modo spinge le persone più meritevoli alla riconquista di un ruolo nella società. Non a tutti questo fa lo stesso effetto, beninteso, ma se guardiamo alle statistiche vale per la maggior parte dei casi.

 

Oggi sono 34 i bambini in carcere con le loro madri. Come si fa a considerare giusto tutto questo?

No non è giusto. Dobbiamo anche dire per onor del vero, che questo dato è dovuto, a volte, anche dalla scelta delle madri. Le madri preferiscono talvolta stare in una sezione ad hoc piuttosto che nelle residenze protette perché queste ultime spesso si trovano molto lontano dagli affetti. Nelle case ci sono condizioni migliori ma c'è l'impossibilità di vedere i parenti. Fatta questa premessa il punto è aumentare la discrezionalità del magistrato di sorveglianza per permettere di costruire delle pene alternative che consentano al bimbo di non stare dentro al carcere. Va detto che rispetto a 10 anni fa sono stati fatti molti passi avanti. Il numero delle case è aumentato. Il numero dei bambini in carcere è diminuito, ma anche uno solo è troppo.

 

Un'altra questione prioritaria è la salute mentale. Quest'anno, in 11 mesi, sono già 55 i suicidi in carcere. Psichiatri e psicoterapeuti denunciano la difficoltà di tenere insieme pena e cura. Anche per il doppio binario previsto dal codice Rocco, per cui uno sconta la pena e poi eventualmente ci sono le Rems. Troppo spesso vengono somministrati psicofarmaci perché nel carcere non ci sono le condizioni per fare psicoterapia. Che ne pensa?

Penso che torniamo al punto di partenza. L'unica soluzione al problema strutturale è l'individualizzazione del trattamento. È consentire al giudice di sorveglianza di valutare strada facendo quale sia la condizione di pena più funzionale alla condizione del singolo detenuto. Gli automatismi sono nemici della cura, lo credo che la chiusura degli Opg sia stato un passo molto importante. E molto attaccato dalla destra. Io credo che la sinistra dovrebbe essere orgogliosa perché quella era comunque una ferita alla Costituzione, che ha persistito fino a pochi anni fa.

 

Verissimo ma il dramma è che mancano sufficienti alternative...

Mi permetta di dire che l'esperienza delle Rems alla fine ha retto. Tutto sommato sono meglio questi problemi che avere persone in contenzione o che scontavano una pena senza condanna. Quando c'è un passo avanti va valorizzato, se non Io facciamo diventa difficile reclamarne degli altri, perché si crea una alleanza tra i critici e i nemici, tra chi pensa che sia troppo e chi pensa che sia troppo poco, ed essa impedisce di procedere.

 

Nei giorni scorsi siamo rimasti tutti molto colpiti da un sondaggio del Censis secondo il quale il 43,7 per cento degli italiani sarebbe a favore della pena di morte; una percentuale che sale addirittura al 44,7 se si tratta di giovani. Un dato decisamente sconcertante, non crede?

È il retaggio di una cultura populista xenofoba e razzista che nel corso degli ultimi anni ha trovato una sua egemonia. Più che stupirmi mi porrei il tema di come far tornare egemone una cultura democratica nel rispetto dei diritti fondamentali. Questo dato è in linea con il fatto che ci sono milioni di persone che anche nel nostro Paese guarderebbero ad ipotesi di assetto statuale in linea con la Polonia o con l'Ungheria. La nostra democrazia rischia di perdere la base sociale su cui si reggeva. Il punto non è tanto esecrare queste posizioni - cosa che va comunque fatta - ma interrogarsi su come si riconquista un fondamento su cui si regga una cultura democratica. Che non è stata conquistata una volta per tutte ed è diventata maggioritaria con molta fatica. Il nostro è un Paese che ha avuto sotto il pelo dell'acqua una cultura fascista che è sopravvissuta alla fine del fascismo. C'è stato il grande passaggio degli anni Sessanta e Settanta ma quelle conquiste sono ora minacciate. Questi sondaggi devono preoccupare ma anche muovere ad una autocritica, la sinistra deve superare la propria sufficienza rispetto ad alcune acquisizioni che vanno mantenute e gli va costruito un consenso intorno. O c'è una militanza politica che le sostiene o dubito che con gli editoriali si faccia egemonia.

 

M5s e Pd hanno visioni molto differenti in tema di giustizia. Lei aveva avviato la riforma della prescrizione nel 2017 ma poi è arrivato lo "spazza corrotti". Ora che fare?

Questo è uno dei punti su cui fare una seria verifica. Quando chiediamo un nuovo patto di legislatura è anche per chiedere di questo che stiamo dicendo. Sicuramente l'impostazione che è prevalsa dal M5s è molto distante dalla nostra. Sicuramente nei giorni in cui si doveva far passare la riforma nella scorsa legislatura ho trovato disponibilità anche in figure parlamentari significative nel M5s. Purtroppo è prevalsa una linea di populismo penale che segna il punto di maggior distanza in questo momento tra noi e il M5s perché, se dovessi dire, io non vedo distanze insormontabili, né sulla politica economica, né su quelle che riguardano la transizione ecologica, né persino sull'aspetto istituzionale. Su questo punto specifico, è vero, sono ancora più forti le tracce residue dell'ispirazione populistica che ha caratterizzato il M5s nella sua fase di crescita.

 

E allargando lo sguardo al contesto europeo?

L'europeizzazione del M5s, la progressiva adesione del M5S a un orizzonte europeo non si è ancora compiutamente accompagnata con la consapevolezza che l'Europa non è solo un mercato e una serie di istituzioni comuni. Europa è anche un luogo di salvaguardia di diritti fondamentali che non ha uguali in questo momento nel mondo.

 

La pandemia ha fatto sì che si cominci a parlare di una Europa della Salute, è una grossa e importante scommessa...

L'Europa ha ancora una scissione al suo interno fra Unione europea e Consiglio d'Europa che dovrebbe vedere una convergenza. Quanto sia necessaria l'abbiamo visto riguardo alla questione del veto ungherese. Si è arrivati ora a parlare di Stato di diritto. Ma se Polonia e Ungheria hanno potuto fare quello che hanno fatto evidentemente lo Stato di diritto non era così al centro di questo progetto politico europeo. Ricongiungere l'operato delle istituzioni che guidano le politiche europee con quello del Consiglio d'Europa e della Corte europea dei diritti dell'uomo è un punto fondamentale. Ci sono stati tentativi di far aderire tutta l'Unione europea al Consiglio d'Europa e in più occasioni ma le divisioni interne lo hanno impedito sino a oggi.