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di Loredana Lipperini

La Stampa, 20 luglio 2023

È morto ieri a 70 anni dopo una fulminante malattia. Scavare nei fatti con ostinazione è stata la sua magnifica ossessione. Forse la prima immagine di Andrea Purgatori che mi viene in mente è confusa e sfocata dal fumo dei lacrimogeni. È il 12 maggio 1977, Purgatori è un ragazzo di 24 anni, perché a quell’epoca ci si buttava presto nelle strade e sui tasti della macchina da scrivere. È cronista - parola che amava molto - per il Corriere della Sera, e come altri colleghi sta seguendo la mattanza che è in pieno svolgimento nel centro di Roma. C’è la polizia che spara lacrimogeni e colpi di pistola ad altezza d’uomo. E molti agenti in borghese, moltissimi. Purgatori prende nota. Poco dopo le 21, si sparge la notizia della morte di una ragazza, che si rivelerà essere Giorgiana Masi. Purgatori va a chiedere conferma al dirigente dell’ufficio politico Umberto Improta, che dichiara: “Non mi risulta nulla. La radio non ha comunicato niente. L’ospedale non ha detto nulla. La polizia non ha sparato”.

Ma grazie a lui e a quanti sfidarono la versione ufficiale con le cronache e con le fotografie, divenne chiaro che la verità era un’altra. E adesso che la vita di Andrea Purgatori si è conclusa, troppo presto, a 70 anni, non si può che immaginarlo per il resto della sua esistenza nello stesso atteggiamento del ragazzo di allora: un uomo con l’esigenza di continuare a chiedere, continuare a cercare. Non fece mai la scelta del protagonista di Una storia semplice di Leonardo Sciascia, di cui Purgatori firmò la prefazione nel 2003: “Pensò di tornare indietro, alla questura. Ma un momento dopo: “E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora?”. Riprese cantando la strada verso casa”. Cacciarsi nei guai, o meglio scavare nei fatti con ostinazione e senza mai smettere è stata la magnifica, coraggiosa ossessione di Purgatori. A partire, certo, da Ustica.

È il pomeriggio del 27 giugno 1980. A Bologna, ci sono forse bambini che stanno comprando un costume da bagno e delle pinne. C’è tempo: l’aereo partirà con 113 minuti di ritardo. Quelle pinne verranno chiuse in un bagaglio a mano. Saranno riunite, dopo molti anni, a un’agenda Snam del 1980, un libretto di assegni, diverse schedine del totocalcio, un manuale di saldatura, la biografia di Enzo Ferrari scritta da Enzo Biagi, crema da barba, sapone neutro, una sveglia da viaggio, uno spray per l’alito, un sandalo da donna, deformato. Sono, ora, in una delle nove casse nere del Museo per la Memoria di Ustica.

Quando l’aereo cade, Andrea Purgatori ha 27 anni. Quella sera, raccontò, aveva mangiato salato e nella notte si alzò per bere. Era ancora davanti al frigorifero quando squillò il telefono: era un suo contatto, che gli disse che l’aereo era caduto. Non ti far fregare, l’hanno colpito, gli disse. Non ti far fregare, ribadì, prima di riattaccare. Partì da quella telefonata la lunga inchiesta di Purgatori che, passo dopo passo, ancora una volta, confutava le verità ufficiali. Nessuna bomba, fu un missile. Ci si dedicò per anni (ha forse mai smesso di farlo?), lavorando con i familiari delle vittime. Nel 1991 lavorò alla sceneggiatura del film di Marco Risi, Il muro di gomma. A rileggere oggi le parole conclusive si capisce che Andrea Purgatori era tutto là, in quei perché: “Perché chi sapeva è stato zitto? Perché chi poteva scoprire non si è mosso? Perché questa verità era così inconfessabile da richiedere il silenzio, l’omertà, l’occultamento delle prove? C’era la guerra quella notte del 27 giugno 1980: c’erano 69 adulti e 12 bambini che tornavano a casa, che andavano in vacanza, che leggevano il giornale, o giocavano con una bambola. Quelli che sapevano hanno deciso che i cittadini, la gente, noi non dovevamo sapere: hanno manomesso le registrazioni, cancellato i tracciati radar, bruciato i registri, hanno inventato esercitazioni che non sono mai avvenute, intimidito i giudici, colpevolizzato i periti. E poi, hanno fatto la cosa più grave di tutte: hanno costretto i deboli a partecipare alla menzogna, trasformando l’onestà in viltà, la difesa disperata del piccolo privilegio del posto di lavoro in mediocrità, in bassezza. Ora, finalmente, mentre fuori da questo palazzo, dove lo Stato interroga lo Stato, piove, a molti sembra di vedere un po’ di sole. Aspetta. Queste ultime tre righe non mi piacciono. Aggiungi soltanto... Perché?”.

Ci fu molto altro, intanto e dopo, e prima. Il caso Moro, e gli anni delle stragi, i delitti di mafia. Le sceneggiature, tante. Quella de Il giudice ragazzino, che nel 1994 racconta la storia di Rosario Livatino, contiene un’altra frase esemplare: “Se egli rimarrà sempre libero ed indipendente si mostrerà degno della sua funzione, se si manterrà integro ed imparziale non tradirà mai il suo mandato”. Purgatori non lo ha mai tradito. Ha seguito fino alla fine il caso di Emanuela Orlandi, su Atlantide, il suo programma su La7, e partecipando alla docuserie di Netflix Vatican Girl. Sempre su Atlantide, è tornato sull’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ha scritto la sceneggiatura di Fortapàsc su Giancarlo Siani, un altro “ragazzino” che pagò morendo la ricerca della verità.

E poi? E poi c’è una vita intera, come reporter di guerra (in Libano, in Iran, nel Golfo), come saggista, come oratore, conduttore, attore. Fu il “camerata Fecchia” in Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti, con cui ha giocato ne Il caso Scafroglia e anche in Aniene, e si è persino divertito ad apparire più volte nella serie di culto Boris, e a scrivere un romanzo con spie e misteri, Quattro piccole ostriche.

E poi, e ancora? È stato presidente di Greenpeace Italia tra il 2014 e il 2020, perché, immagino, faceva parte di quella generazione che ha visto nascere l’ambientalismo. Non ha mai smesso di appassionarsi, e questa, in un’epoca di passioni spente o fievoli, è la cosa più importante che lascia. Allora, volevamo essere come lui, o almeno lo volevo io, in quegli anni in cui si era ventenni e si sognava di non mollare mai la ricerca della verità. Lui non ha mai smesso. È sempre stato con lo sguardo fisso nel buco nero degli ultimi decenni del Novecento, e che ancora grava sul nostro, perché verità non è stata fatta.