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di Kateryna Kovalenko

linkiesta.it, 20 marzo 2025

I detenuti ucraini subiscono torture, isolamento e privazioni che violano ogni norma umanitaria. Tornare a casa è una vittoria, ma non cancella mesi o anni di abusi. Durante la telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin di martedì, il dittatore russo avrebbe informato il presidente americano dello scambio di trecentocinquanta prigionieri di guerra, centosettantacinque per parte. Non solo, la Russia ha promesso anche di rimpatriare in Ucraina ventitré militari gravemente feriti. Almeno sullo scambio di prigionieri, Putin ha mantenuto la parola, visto che non ha fatto lo stesso sugli attacchi alle infrastrutture. La scorsa notte Mosca ha attacato con droni l’ospedale a Sumy e l’infrastruttura elettrica a Slovyansk.

Dei prigionieri di guerra ucraini si parla poco nelle manifestazioni organizzate dai parenti in piazza che si svolgono regolarmente in varie città del mondo, Italia inclusa. Se ne parla quasi solo dopo gli scambi. Ogni volta il ritorno a casa provoca una gioia infinita nei familiari, speranzosi di rivedere mariti, mogli, figli tra coloro che hanno avuto la fortuna di ritornare in patria. Spesso le famiglie non sanno fino all’ultimo chi verrà scambiato e neanche prigionieri stessi ne sono a conoscenza. È una questione delicata che non permette di trattare con leggerezza questo argomento, senza prima soppesare le parole.

Dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala sono avvenuti sessantadue scambi di prigionieri di guerra. In totale l’Ucraina è riuscita a far tornare a casa 4.306 persone, con le centosettantacinque di ieri. Sono soldati, ufficiali delle forze armate, della guardia nazionale, guardie di frontiera, poliziotti, ma anche dei civili. L’ultimo scambio è avvenuto appunto ieri, portando a casa centosettantacinque persone. Alcuni di loro hanno trascorso due anni in prigionia russa.

A ottobre del 2024 il New York Times ha rivelato che nelle prigioni russe ci sono ancora ottomila militari e quattordicimila civili ucraini. Ma l’Ufficio di coordinamento ucraino per le questioni dei prigionieri, istituito come organo temporaneo a marzo del 2022, finora non ha pubblicato alcun dato ufficiale sul numero militari di dispersi e catturati. Purtroppo sono certe invece le condizioni in cui ritornano i prigionieri a casa, oppure il fatto che alcuni di essi non ritornano, come è accaduto alla giovane giornalista Viktoria Roschyna, torturata a morte dai russi, il cui corpo ancora non è stato restituito.

Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International pubblicato il 4 marzo, le autorità russe hanno sottoposto i prigionieri di guerra e i civili ucraini catturati a torture, lunghi periodi di isolamento, sparizioni forzate e ulteriori trattamenti inumani che costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

In base alla Convenzione di Ginevra, la Russia dovrebbe garantire ai prigionieri ucraini le cure mediche adeguate, eppure le storie di coloro che sono tornati dimostrano come nelle celle il trattamento sia disumano. E molti non ne escono neanche più vivi. L’assenza totale delle cure o il diniego delle medicazioni ai feriti o ai torturati si evince dalle interviste agli ex prigionieri condotte da Amnesty. Una sorte che potrebbe toccare agli ucraini stanziati nel Kursk a cui Putin chiede di arrendersi.

Guardare le foto e i video di questi scambi suscita un’enorme gioia, ma allo stesso tempo provoca un forte dispiacere e un senso di rabbia per come le persone vengono ridotte in quello stato: magri, malati, con gli occhi vuoti; uomini che assomigliavano a una roccia, sembrano degli spettri. Una volta ritornati in Ucraina gli vengono forniti telefono, vestiti, soccorso medico, aiuto piscologico e per il rinnovo dei documenti.

L’anno scorso il gabinetto dei ministri ha approvato le procedure per la riabilitazione, dando seguito a un decreto per far ottenere ai rimpatriati il diritto al congedo e a un aiuto finanziario dallo Stato. Il Fondo ucraino per i veterani organizza dei webinar su questioni giuridiche o sociali, in cui si imbattono coloro che decidono di ritornare alla vita civile. Sul sito sono presenti dei vari corsi gratuiti nell’ambito del IT, Osint, o stipendi universitari offerti da vari partner, ma anche il corso sulla riabilitazione psicologica e integrazione sociale. Il Fondo offre, inoltre, il finanziamento e sostegno nell’apertura delle imprese.

Tornare alla vita normale può diventare un’enorme sfida da affrontare: ogni persona è diversa e il danno fisico e psicologico che gli è stato inflitto potrebbe essere difficile da curare. La buona notizia che in molti riescono a farcela. Qualche soldato riceve aiuto dai colleghi delle unità dove ha prestato servizio, come ad esempio il Patronato della brigata Azov che assiste i propri combattenti usciti di prigione, occupandosi sia delle loro necessità materiali e fornendo un aiuto psicologico. L’associazione delle famiglie dei prigionieri di guerra della brigata Azov è una delle più note, fondata quando i difensori dell’acciaieria Azovstal furono costretti ad arrendersi per preservare le vite del personale. Molti militari, una volta affrontato il percorso di riabilitazione, ritornano tra i ranghi dell’esercito.

Secondo i dati dell’Onu, il novantacinque per cento dei prigionieri ucraini ha subito torture programmate per distruggere la persona sia fisicamente che psicologicamente. Chi ha lo stomaco forte può leggere alcune delle storie presenti anche nel rapporto di Amnesty International per rendersi conto di ciò che subiscono gli ucraini catturati dai russi. Senza contare che mancano molti dati su chi non sopravvive a queste torture e che torneranno a casa in quei spaventosi sacchi neri.

A molti prigionieri di guerra non viene data la possibilità di mettersi in contatto con la propria famiglia, con l’avvocato, perché spesso sono in isolamento. Talvolta i rappresentanti della Croce rossa internazionale hanno la possibilità di consegnare una lettera al detenuto o di controllare le condizioni della sua detenzione, ma queste sono rare eccezioni, non una regola.

Ogni scambio di prigionieri è una gioia ed è anche una sfida da superare. Quando l’anno scorso fu liberato il figlio dell’amica di mia madre, alla domanda “Come sta?”, lei ci rispose: “Stiamo imparando a comunicare e a vivere di nuovo”. Vogliamo tutti un ambiente sano, delle persone intorno che non disturbino il nostro benessere. Dobbiamo tuttavia ricordare che viviamo in una società globalizzata e ci influenziamo a vicenda e che dentro di noi dovrebbe esserci quella fiamma chi si chiama umanità. Fin quando esisteranno gli imperi assassini, come quello russo, fin quando tollereremo i crimini di guerra, una società migliore la possiamo soltanto sognare, perché il male inflitto è capace di stroncare l’anima di ognuno di noi.