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di Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 13 maggio 2024

L’avvertimento del congresso ai magistrati in tv: l’associazione chiede di regolarsi su stile e contenuti per evitare strumentalizzazioni. La salvaguardia di autonomia e indipendenza messe in pericolo dalla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri promessa dal governo, resta un fronte sul quale la magistratura intende resistere con tutte le armi a disposizione. Ma nel frattempo, nella “cittadella assediata” che per tre giorni s’è trasferita nella città-simbolo di Palermo, fra il teatro Massimo e il nuovo porto, ci si interroga su come rendersi più credibili per far valere le proprie ragioni nel confronto con la politica che ha in mano le leve delle riforme. Oltre che davanti all’opinione pubblica.

Fermo restando che “poi alla fine il Parlamento farà quello che vuole e noi ci adegueremo alle sue scelte” ribadisce il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia. Ma prima che vengano prese, le toghe intendono giocare ogni possibile carta; per cercare di orientarle nell’interesse collettivo, non della categoria: “Non c’è nessuna chiusura corporativa, né alcun atteggiamento da casta - spiega Santalucia -, vogliamo solo farci capire meglio”.

È l’altra faccia della resistenza dei magistrati, che rivendicano il diritto di parola, soprattutto quando si discute di giustizia e di giurisdizione, poiché “la partecipazione al discorso pubblico, pur con la cautela imposta dal ruolo, può contribuire a una più consapevole considerazione delle implicazioni delle scelte che il decisore politico intende assumere”. Così hanno scritto nella lunga e articolata mozione approvata per acclamazione dal 36° congresso dell’Associazione nazionale magistrati, un documento unitario che ha compattato tutte le correnti dell’Anm; anche quella collocata più di destra, Magistratura indipendente, e persino il piccolo gruppo che sponsorizza l’estrazione a sorte dei consiglieri del Csm.

Una frase dove la parola più importante è “cautela”; seguita da un’altra, altrettanto significativa: occorre “prevenire strumentalizzazioni e evitare che le nostre voci si confondano con il rumore di fondo di un dibattito spesso confuso e sgrammaticato, e finiscano per ingenerare ancora più confusione e disorientamento nei cittadini”.

Sono avvertimenti rivolti soprattutto alle toghe mediaticamente più esposte, “i colleghi che vanno più spesso in televisione” sottolinea Santalucia. Per i quali è stata inserita la raccomandazione a “interrogarsi se vi sia un interesse a ricevere le sue opinioni e valutazioni e se la sua cultura e la sua esperienza possano arricchire in modo qualificante il dibattito pubblico sul tema specifico”.

Come dire: parlate solo se e quando è necessario. Anche perché “le dichiarazioni rese dal magistrato vengono percepite quali espressioni di pensieri e valori riferibili all’intera magistratura, e la comunicazione deve quindi adeguarsi quanto a scelta dei temi, stile e contenuti”. Pure quando prende posizione a titolo personale, insomma, ogni singola toga dev’essere consapevole che le sue frasi possono essere attribuite all’intera categoria, e di questa responsabilità deve farsi carico. Altrimenti meglio tacere.

Il tema dell’imparzialità, anche sul piano dell’apparenza, e dell’interpretazione della legge da esercitare senza offrire il fianco a sospetti di faziosità, doveva essere al centro del dibattito congressuale, che però è stato in gran parte fagocitato dalle polemiche sulle riforme annunciate e dagli attacchi per le ultime inchieste che hanno coinvolto la politica.

Tuttavia il documento finale è tornato a fissare dei paletti “attraverso un lavoro corale e con il contributo di tutti, senza mediazioni né trattative per arrivare all’unanimità”, chiarisce Santalucia, orgoglioso di questo “segnale di maturità, sollecitato pure dai tanti giovani colleghi che hanno voluto partecipare al congresso”.

Dell’interpretazione della legge, spesso criticata dai politici, l’Anm reclama la piena legittimità, soprattutto in un “quadro normativo confuso e disorganico”. Anche in presenza di leggi fatte male, pm e giudici devono continuare a fornire le risposte più adeguate e coerenti con i principi costituzionali alle domande di giustizia dei cittadini. Ma è un compito da svolgere “con la dovuta ponderazione e prudenza”. Importante tanto quanto la difesa della “unicità della magistratura”, e dunque dell’appartenenza di giudici e pm allo stesso ordine giudiziario. È la linea del fronte “incompatibile con ogni possibilità di mediazione e trattativa sugli specifici contenuti delle riforme”, sulla quale si fonda la ritrovata unità delle toghe italiane.