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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 30 novembre 2019

 

Sulla prescrizione, la rivendicazione di quella che è una posizione consolidata da parte della magistratura, il congelamento dopo la condanna in primo grado. Sulla crisi del Csm, la contrarietà a ogni forma di sorteggio. Sui rapporti con la politica, il no al populismo giudiziario. Ma anche l'avversione alle rivendicazioni di esemplarità della pena e la preoccupazione per il ritorno di attualità del progetto di separazione delle carriere.

Alla fine di quello che viene riconosciuto senza ipocrisie come "un armo molto difficile per la Magistratura italiana", l'Anm celebra a Genova il suo 34esimo congresso. E Luca Poniz, da pochi mesi presidente, dopo la deflagrazione dello scandalo legato all'indagine di Perugia, che ha investito non solo il Csm ma la fiducia nella magistratura tutta, prova a giocare non solo in difesa.

E allora, davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Poniz svolge una relazione che riconosce l'esistenza di un nodo Csm, che chiama in causa gli stessi magistrati chiamati a scegliere tra un Consiglio amico (che li protegga) o istituzione (che li tuteli). Un po' di autocoscienza per fare chiarezza, "perché le istituzioni rappresentative assumono sempre la fisionomia dei loro amministrati".

Anche perché "è innegabile che esiste un incrocio improprio tra le aspettative del singolo e l'uso del potere discrezionale del Consiglio". E quando le prime si coltivano attraverso la forza dei gruppi associati allora il circuito politico culturale che li fonda da virtuoso diventa perverso. In ogni caso, al di là delle condotte censurabili di magistrati, autorevolezza e prestigio del Consiglio sarebbero ontologicamente compromessi da qualsiasi ipotesi di sorteggio per la scelta dei componenti togati. Certo la fiducia è indispensabile e la magistratura dovrà fare di tutto per recuperarla.

Non altrettanto però, ha sottolineato Poniz, vale per il consenso popolare. Qui il pericolo concreto è non solo la delegittimazione del singolo giudice o pm, ma il disconoscimento del fondamento della giurisdizione. Con il baluardo della sovranità rivendicata come appartenente al popolo, dimenticando poi il necessario corollario costituzionale sui limiti al suo esercizio. Sul tema del giorno, la prescrizione, Poniz da una parte rivendica una proposta storica dell'Arun e cioè il blocco dei termini dopo la condanna in primo grado, individuata come "diverso punto di equilibrio tra le garanzie dell'imputato e l'efficacia del processo" e da leggere insieme alle proposte di modifica del sistema delle impugnazioni per cancellarne utilizzi strumentali; dall'altra però ammette il rischio di squilibri complessivi se la riforma non fosse accompagnata da interventi strutturali.

È il caso di un potenziamento dei riti alternativi. Poniz ha ricordato la centralità del tema delle sanzioni penali, della loro funzione. Tanto più dopo l'affossamento della riforma dell'ordinamento penitenziario. No quindi alle rivendicazioni di pene esemplari, all'affermazione pubblica di condanne esemplari. E chiusura tra applausi dopo "i difficili giorni di giugno" nella convinzione di volere rivolgersi a un magistrato innamorato della Legge e non del Potere, ma nella consapevolezza che a quel Potere anche le toghe, alcune almeno, sono state assai sensibili.