di Liana Milella
La Repubblica, 4 novembre 2020
Dopo Elena Paciotti, potrebbe essere la seconda donna presidente del sindacato dei magistrati. Sabato la votazione. Si può tingere di rosa il vertice dell'Anm? Com'è successo per la Consulta con Marta Cartabia, per l'Avvocatura dello Stato con Gabriella Palmieri, per il vertice del Consiglio nazionale forense con Maria Masi, per la Cassazione, come presidente aggiunto, con Margherita Cassano. È accaduto ormai anche per giudicesse divenute prime donne nelle correnti, Anna Giorgetti, presidente di Autonomia e indipendenza (la corrente di Davigo) e Paola D'Ovidio, segretaria di Magistratura indipendente. Dunque, adesso, con una decisione collegiale, una donna potrebbe diventare anche il simbolo del sindacato delle toghe.
Un nome c'è. È quello di Silvia Albano, 59 anni, giudice civile a Roma. Ha scritto lei il provvedimento sullo scambio di embrioni al Pertini. Si è occupata prima di famiglia, e oggi lavora sui diritti degli immigrati. È di Magistratura democratica, ma iscritta anche ad Area, il gruppo di sinistra che ha vinto le elezioni dell'Anm. Con 381 voti è arrivata seconda dopo il presidente uscente Luca Poniz. Sulla rivista Questione giustizia, l'houseorgan di Md diretto da Nello Rossi, ha appena scritto una lunga riflessione sull'Anm del dopo Palamara, e delle donne ha detto: "Il sapere femminile potrà avere un ruolo fondamentale nel percorso della nuova Anm. Non si tratta solo di valorizzare i ruoli delle donne nell'associazione, ma di valorizzare quel sapere femminile che deriva da una cultura che ha radici millenarie ove le donne, proprio perché escluse dal potere, hanno affinato la capacità di cura delle relazioni, l'ascolto dell'altro, l'accoglienza".
Nella ultracentenaria storia del sindacato dei giudici è accaduto finora una sola volta che una donna riuscisse a scalare il vertice. È riuscito a Elena Paciotti negli anni Novanta. Quando presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro, e tra i due si stabilì un dialogo importante. Comunque stiamo parlando ormai del secolo scorso. Mentre nel frattempo una rivoluzione rosa ha investito la magistratura, visto che le donne ormai hanno superato i maschi. Su 9.787 giudici, sono 4.479 gli uomini e ben 5.308 le donne. Un andamento confermato dalle presenze femminili negli ultimi quattro concorsi, dove le donne appunto vanno sempre ben oltre il 50%. Un quadro numerico che trova la sua conferma nelle recenti elezioni del parlamentino dell'Anm votato a ottobre e di cui la metà esatta, 18 componenti su 36, sono donne. Un dato che chiaramente riflette la composizione attuale della magistratura, dove molte donne hanno anche raggiunto posizioni di vertice negli uffici.
È praticamente certo che sabato 7 novembre - quando si riunirà per la prima volta il nuovo parlamentino dell'Anm - sarà messa sul piatto la soluzione su cui ormai si sta ragionando dall'esito del voto, avvenuto tra il 18 e il 20 ottobre. Una giunta unitaria, che veda assieme la corrente che ha vinto, Area, cui spetterebbe anche il, o la, presidente, assieme alla seconda classificata, Magistratura indipendente, seguite da Unicost e Autonomia e indipendenza.
Gli stessi gruppi che, nel quadriennio 2016-2020, hanno gestito l'Anm con presidenze a rotazione di un anno ciascuna. Tranne l'ultima, per via dell'irrompere sulla scena dell'inchiesta di Perugia su Palamara. Dopo la presidenza di Piercamillo Davigo, ecco quella di Eugenio Albamonte di Area, pm a Roma, seguita un anno dopo da quella di Francesco Minisci di Unicost, anche lui pm a Rona. Poi si arriva al giudice civile di Genova Pasquale Grasso di Mi, oggi in bilico per un posto di consigliere del Csm, che però si dimette dopo neppure un mese criticato dagli altri gruppi che gli contestano di non aver reagito con la necessaria durezza allo scandalo Palamara che ha rischiato di travolgere il Csm ma anche l'Anm, e in cui Unicost e Mi avevano un ruolo di assoluti protagonisti.
Si va così all'ultima giunta, quella presieduta da Luca Poniz, storica toga di Md e pm a Milano, che guida l'Anm fino al voto, poi rinviato da marzo a ottobre per via del Covid. E che vede le dimissioni proprio di Silvia Albano, poiché lei è convinta che la situazione della magistratura richieda un rinnovamento profondo, anche sindacale, per cui è necessario votare subito. Ma alla fine le toghe optano per una consultazione online che slitta a ottobre.
E adesso che succede? Di nuovo tutti assieme, in un unanimismo correntizio che fa veleggiare una barca in cui chi sta sopra a volte si agita così tanto da rischiare di farla affondare? L'ipotesi di una possibile scissione dell'Anm, che pure aveva fatto capolino nel dibattito prima del voto, pare ormai decisamente accantonata. Silvia Albano la considera un'ipotesi del tutto irrealistica, nonché gravemente dannosa: "La dissoluzione dell'Anm sarebbe una tragedia non per i componenti dei suoi organi dirigenti o per chi vuole conquistare posizioni di potere e raccomandazioni. Per quello non serve l'Anm, bastano cordate, lobby, gruppi di potere più o meno occulti, dalle quali non c'è sorteggio o legge elettorale che ci metterebbe al riparo. L'Anm non è un nostro patrimonio, dei gruppi o delle persone che oggi compongono i suoi organi dirigenti, che possiamo permetterci di dissipare, ma è parte del sistema democratico di questo Paese".
Parole forti che però non dovrebbero convincere anche Articolo Centouno, il nuovo gruppo di Andrea Reale, che è riuscito ad aggiudicarsi lo stesso numero di consiglieri davighiani, ben quattro. Drastici nel chiedere il sorteggio per il Csm, Reale e i suoi hanno posto un aut aut, o accettate integralmente il nostro programma oppure restiamo fuori. Tutto lascia pensare che gli altri rispondano con un "no, grazie", anche se questa scelta porterà a un continuo match che potrebbe soltanto giovare a Reale in vista del voto per il Csm nel 2022.
Una "svolta etica"
Albano è per l'unità sì, ma rifiuta gli aut aut. La sua linea è chiara: "La magistratura non può affrontare divisa una crisi che è forse la più grande nella storia repubblicana e rischia di sfociare in un assetto costituzionale molto diverso da quello che aveva delineato una giurisdizione effettivamente indipendente". L'Anm deve esserci, superando l'appannamento della magistratura stessa che il caso Palamara ha prodotto perché - come scrive Albano - "non si può negare che nelle chat ci sia la traccia di un sistema nel quale, a diversi livelli, tutte le componenti erano a vario titolo coinvolte e sono ora chiamate a mettersi profondamente in discussione". Lei è convinta però che "scelte coraggiose" siano possibili, con "una profonda autocritica da parte di tutti e la capacità di mettere in campo un progetto di rifondazione etica dell'associazionismo giudiziario".
Che Albano creda profondamente nel valore della stessa Anm è evidente quando dice: "L'Anm ha alle spalle una storia gloriosa: è stata non solo l'associazione che ha dovuto sciogliersi per il rifiuto di trasformarsi in un sindacato fascista, ma quella che nei tempi più bui e difficili, unitariamente, è riuscita a difendere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura e ne ha conquistato l'assetto egualitario che conosciamo, disegnando un modello di ordine giudiziario conforme ai valori costituzionali". Già, proprio quei valori che tanti colleghi in cerca di poltrone sembravano aver del tutto dimenticato.










