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di Antonio Gnoli

La Repubblica, 9 luglio 2023

Regista e sceneggiatrice, ha scritto un libro “liberatorio” sul rapporto con il padre Toni Negri, leader di Autonomia operaia, raccontandone anche l’arresto e i processi per atti sovversivi: “Non era un mostro ma ha messo l’ideologia davanti alla vita”.

Come un lungo diario che si snoda nel tempo così prende vita il confronto tra una figlia e un padre. A tratti la densa e impietosa “confessione” sembra una lettera. E le lettere - la loro urgenza a volte differita - lasciano immaginare la disparità di vedute, gli equivoci, le frasi non dette, l’amore non dichiarato, la rabbia contenuta fino poi a esplodere, la confessione ilare e drammatica. Anna Negri è una donna compiuta e realizzata, grazie al suo impegno nel cinema, una professione che le piace. Anna è madre di un figlio e figlia di Toni Negri.

Un padre così non si dimentica, non si rimuove. Tutto lo sforzo nel corso del libro (“Con un piede impigliato nella Storia”, ed. Derive e Approdi) servirà per delinearne i contorni, afferrarne i dettagli, provare a chiarire che rapporto è stato. Felice o infelice, appagante o misero, bello o brutto. O, come accade in quasi tutte le vicende umane, ricco di sfumature, di cieli tristi e di inferni tiepidi.

Provo un certo stupore nel constatare che la linea delle persone somiglia, molto più di quanto si creda, alle linee della mano. Non per qualche malintesa chiromanzia che ne azzardi il futuro, quanto per l’ironica disposizione a leggervi il passato. Ma noi che cosa vogliamo veramente dal passato? Che ci offra su un piatto d’argento quello che ci fa comodo o quello che davvero è servito per farci crescere? Le mani di Anna Negri risaltano nel rosso cremisi delle unghie; ha lo sguardo duro e malinconico di una strada polverosa. Ed è come se nel momento in cui le è stata data la vita, quella vita progressivamente le sia stata sottratta. Come se alla fine le fosse mancata quella normalità di sentimenti e di storie che una ragazza sa fin dal principio di ricevere come diritto naturale.

Ci sentiamo al telefono per un appuntamento. Lei è a Venezia per finire di montare un film. Mi chiede se il libro, il suo libro, mi parla. Penso che l’espressione sia strana. Non mi chiede se sia lei che mi sta parlando, ma se lo ha fatto il libro. E allora immagino quell’oggetto separato dall’autrice. Distante. Non estraneo, ma un po’ come è appunto Anna che conversa e ricorda sul confine incerto tra ideologia e vita.

Hai provato a rifarti un’esistenza?

“Sono stata per 15 lunghi anni fuori dall’Italia, prima in Olanda e poi in Inghilterra. Per cercare una calma che non avevo, una serenità che non conoscevo. Non volevo più essere riconosciuta come la figlia di Toni Negri. Sono andata via e poi sono tornata. I problemi restano, le ferite non si rimarginano. Ma non voglio darti l’impressione patetica della figlia sofferente e piena di risentimento. Ho amato i miei genitori. Non ho capito fino in fondo le loro scelte, ma non mi sono mai vergognata di loro”.

Perché avresti dovuto?

“Perché hanno dipinto mio padre come un mostro. E ovviamente non lo era. Non eravamo una famiglia normale, certo. Ma una famiglia non la scegli”.

Quando hai avuto la sensazione di questa diversità?

“Avevo 12 anni, da Padova c’eravamo trasferiti a Milano. Una mattina la polizia irruppe in casa. Cercavano documenti, agende, prove che compromettessero mio padre. Suonarono alla porta, mezzo addormentata andai ad aprire. Erano armati. Mi misi davanti a loro e uno mi spostò spingendomi con la canna della mitraglietta sulla pancia. Arrivarono i miei. Frastornati. Ero spaventata. Poi con mio fratello Checco cominciammo a ridere. Una ridarella nervosa. Credo che in passato ci fossero state altre perquisizioni. Ma quella fu la prima che ricordo”.

Cosa ricordi di altro?

“Una delle mattine successive a scuola un ragazzo della classe accanto chiese quale fosse il mio banco. Lo trovai coperto di sputi”.

Che cosa sapevi di tuo padre?

“Tutto quello che faceva mi era noto. La casa era spesso piena di amici e compagni che discutevano. Certe sere le riunioni andavano avanti fino a tardi, dalla camera da letto con mio fratello sentivamo a volte urlare”.

Che cosa pensavi?

“Ho sempre pensato che i miei volessero fare la rivoluzione convinti che avrebbe messo fine alle ingiustizie sociali”.

Come ti vivevi?

“Di fatto ero coinvolta. Credo non immaginassero che io e mio fratello avessimo bisogno anche di un’attenzione diversa”.

Intendi dire come gli altri e le altre della tua età?

“Vivevo dentro il loro mondo più che nel mio”.

In quel mondo, mi pare di capire, ci stavi con un certo disagio...

“Mi incuriosiva e mi spaventava. Amavo i miei, ammiravo mio padre, al tempo stesso provavo un senso di fatica e di smarrimento”.

Racconti di aver cominciato ad avere problemi con il cibo...

“Ero alle medie quando ho cominciato a ingozzarmi, crescevo di peso a vista d’occhio”.

Parlavi del disagio che provavi...

“Non credo che c’entrassero le scelte politiche dei miei. La verità è che a 11 anni avevo subito un abuso da parte di una persona che i miei conoscevano”.

Intendi violenza fisica?

“Non fino in fondo, diciamo una pesante molestia”.

I tuoi come hanno reagito?

“Non dissi nulla. Ma quell’evento così traumatico ha un po’ cambiato la mia vita. Però, ti prego, non ho voglia di parlarne ancora”.

Con un piede impigliato nella Storia è un “memoir” crudo e sofferente. Perché hai sentito il bisogno di scriverlo?

“Intanto risale a diversi anni fa e scriverlo è stato in qualche modo terapeutico. È come se avessi preso la distanza da tutto quello che mi era accaduto e potessi finalmente parlarne”.

Un atto liberatorio?

“Non c’è dubbio, ma più mi immergevo in quel fiume di ricordi e più sentivo che stavo dando voce a qualcosa di collettivo, alla generazione venuta dopo quella degli anni Settanta che aveva sperato, lottato, sbagliato, su cui inesorabilmente era sceso il sipario”.

Che eredità hanno lasciato quegli anni?

“Sono stati definiti anni di “piombo” e penso che in parte fu così. Ma non furono solo questo”.

Che cosa aggiungeresti?

“Penso ai diritti civili: divorzio e aborto oggi rimesso in discussione, alla chiusura dei manicomi, al femminismo con la rivendicazione che il privato fosse anche politico, penso alla cultura gioiosa che circolava allora. I giovani che leggevano, che viaggiavano. Purtroppo il terrorismo ha preso le nostre vite in ostaggio. E ha innescato quella repressione che ha fatto di ogni erba un fascio. Ma non si può cancellare la vitalità di quegli anni”.

Anni schizofrenici verrebbe da commentare...

“È chiaro che tutte quelle sollecitazioni alla fine non avrebbero tenuto. Ricordo che chiesero a Nanni Balestrini cosa pensasse del movimento degli anni Settanta. Rispose che dentro vi scorgeva il vecchio comunismo e le nuove istanze nate nei campus di Berkeley. Era eccitante vederle convivere, ma alla fine si è dimostrato impossibile”.

Quel movimento al quale alludi fu un esercizio velleitario della politica del “vogliamo tutto” come proprio Balestrini riassunse in uno slogan...

“Se penso al non vogliamo più niente che oggi circola tra i giovani perché ritengono di avere tutto grazie ai social, beh non saprei chi sia più velleitario. O chi abbia meno prospettive”.

Hai detto che il terrorismo prese in ostaggio le vostre vite. Cosa intendevi?

“Ha condizionato tutto il resto. Non ha permesso di vedere e giudicare altro che quella violenza estrema, terribile, ingiusta”.

I tuoi come lo vissero?

“A casa non si parlava d’altro e vedevo i miei persi, smarriti, impotenti”.

Tuo padre fu arrestato nell’ambito dell’inchiesta denominata “sette aprile”. Da quel momento cambia la tua vita e quella della famiglia. Qual è il ricordo più acuto che hai conservato?

“Fammi dire che quell’inchiesta si basava su di un teorema che si è dimostrato infondato e cioè che il movimento dell’autonomia e le Brigate Rosse fossero le due facce della stessa medaglia. Fu il giudice Calogero a costruire l’impianto di accusa. Molti furono gli arresti. Mio padre subì la stessa sorte. Fu messo in isolamento e l’accusa nei suoi riguardi passò da “banda armata” a “insurrezione armata contro lo Stato”. Era nato il mostro da gettare in pasto all’opinione pubblica”.

In che senso?

“Così veniva dipinto dai giornali e non solo di destra. Accusato di 18 omicidi, accusato del rapimento di Aldo Moro. Non c’era misfatto politico che non fosse ricondotto a lui. Quasi tutte le accuse nel tempo furono smontate. Il pentito Patrizio Peci scagionò mio padre dal rapimento di Moro”.

Ma come reagì a quel rapimento?

“Con sconcerto, dicendo che erano dei pazzi, e anche con dolore”.

Dolore?

“Sì, gli era grato per l’aiuto che Moro disinteressatamente gli diede per fargli ottenere una cattedra universitaria. Però chiedevi del ricordo più acuto. Sono due, curiosamente opposti”.

Quali?

“Da un lato l’angoscia, la depressione, la stanchezza per tutto quello che mi stava accadendo. Dall’altro, i treni, la quantità di treni che prendevamo per andare a trovare mio padre nelle varie carceri dove veniva trasferito. Quei treni sono diventati, stranamente, dei luoghi magici. Come se lì, in quel viaggiare notturno, io abbia potuto decantare tutto il dolore e la miseria che mi avevano avvinghiato. E ritrovare me stessa”.

Un ruolo importante della storia riveste tua madre...

“È morta nove anni fa. Ho avuto paura di diventare fragile e debole come lei. Dai suoi diari dell’adolescenza veniva fuori una ragazza sofferente e impacciata. Completamente diversa dalla donna combattiva e ironica che conoscevo”.

Com’era il rapporto tra lei e tuo padre?

“Profondo ma anche pieno di contrasti. Di litigi, duranti i quali si trasformava in una furia, capace di rompere ogni cosa fosse a portata di mano. Aveva rinunciato al comfort borghese. Quando la vicenda dell’arresto si scaricò su di noi, fu lei a prendersi sulle spalle tutto il peso, mobilitando avvocati e amici, per tirarlo fuori di galera. Ho amato molto mia madre, donna bellissima che ha provato a farci vivere quegli eventi come fossero un romanzo di avventure. Qualcosa di favoloso e irripetibile”.

Un romanzo forse troppo forte per essere interpretato da una bambina...

“La vita è quello che ci è consentito vivere. A me è capitata quella che in parte ti ho raccontato. Sono stati anni bui, ma anche intensi e a conti fatti non li ho mai voluti rimuovere”.

Hai scritto che le colpe dei padri ricadono sui figli. Cosa rimproveri a tuo padre?

“Non ho risentimenti e alla fine ho cercato di prendermi cura di me. Anche amandolo. Oggi sto preparando un documentario su mio padre”.

C’è una domanda in particolare che gli vorresti fare?

“Forse gli chiederei di spiegarmi perché nel conflitto tra la vita e l’ideologia, abbia scelto soprattutto quest’ultima. Ricordavi il tema della colpa”.

Vuoi dire qualcosa...

“Ci sono ferite che non si rimarginano perché è morta tanta gente in quegli anni. Le vittime del terrorismo, i poliziotti, gli operai sul lavoro, i giovani alle manifestazioni. E ognuno di loro a casa aveva figli, mogli, padri e madri che li hanno pianti. E allora si capisce il senso di ingiustizia che pervade quelle morti, perché ogni morto è importante da qualunque parte provenga. E ho scoperto la cosa crudele che i figli portano su di sé le colpe dei genitori. E con esse devono confrontarsi. Non puoi sfuggire. Non puoi far finta di niente”.