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di Hakim Zejjari

Il Domani, 2 settembre 2025

Nel suo documentario “Toni, mio padre”, presentato a Venezia, la regista racconta Toni Negri, ideologo di Autonomia operaia. “È nel vedere le ragioni di tutti che si può uscire dal tunnel dove sono stati buttati gli anni Settanta”. Con “Toni, mio padre”, in anteprima alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Giornate degli autori, la regista Anna Negri fa un viaggio nella sua infanzia dolorosa e nella memoria collettiva e ci rende testimoni di un’appassionante faccia a faccia tra un’eterna figlia e un padre più che ingombrante: Toni Negri, il controverso filosofo, politico e leader di Autonomia operaia, incarcerato e poi assolto con l’accusa di terrorismo.

Vincitore del premio Solinas 2021 per lo sviluppo di documentari, il film è un diario intimo impregnato di rabbia e di amore di un’autrice che mette a confronto, senza vittimismi, né glorificazioni, due generazioni prese in ostaggio dalla complessità della storia. Prossimamente in sala con Wanted cinema.

Ha esitato molto prima di affrontare suo padre attraverso un film?

È scattato tutto in seguito alla morte di mio zio che aveva una decina d’anni più di mio padre. Era un partigiano e ho veramente rimpianto di non aver raccolto i suoi racconti favolosi sulla resistenza. Poi mio padre mi ha annunciato che qualcuno voleva fare un film su di lui e mi sono detta: “No! Lo devo fare assolutamente io”. Era il 2020 in pieno lockdown ed è stato bello potergli parlare un’ora a settimana. Ero come sempre tormentata: da una parte volevo fare il film, dall’altra avevo paura di espormi. Per dieci anni ho cercato di adattare al cinema il mio libro autobiografico Con un piede impigliato nella Storia, ma mi sono resa conto che c’è ancora una vera censura in Italia riguardo ai cosiddetti anni di piombo, così mi sono detta che forse il modo migliore e libero per raccontare mio padre in tutte le sue sfaccettature era quello di girare un documentario artigianale e completamente indipendente.

In che senso c’è una censura riguardo a quegli anni? È vero che nei film o nelle serie italiane recenti gli anni Settanta sono spesso rappresentati in modo patinato, quasi “carnevalesco”…

Sì, tra l’altro alcuni di questi film sono stati realizzati da persone che non hanno mai vissuto quegli anni. Credo che non ci si mai stata una vera e propria rivisitazione storica neutrale. È rimasto tutto un po’ sulle spalle di chi in un modo o nell’altro li ha vissuti sulla propria pelle.

Che effetto le fa vedere le rivisitazioni “pop” di quegli anni al cinema e in tv?

Un po’ mi fa ridere, è una riscrittura che banalizza. Per me era importante, anche come figlia, riuscire a capire che cosa aveva spinto i miei genitori, e in particolare mio padre, a fare le cose che avevano fatto. E la domanda che mi sono fatta per anni è: “Com’è che non vi siete accorti che il mondo stava per crollarvi addosso? Avevate tutti gli strumenti per capirlo: capacità di analisi politica, sociale, storica…”.

Una cecità dovuta alla passione ideologica?

Sì, ma non poteva essere solo questo. Una risposta me l’ha data Nanni Balestrini (poeta, scrittore e saggista della neo avanguardia): “Eravamo talmente occupati dal ‘qui e ora’ degli eventi che non avevamo il tempo di fare un passo indietro per fare la grande analisi”.

Un film così intimo acquista una dimensione collettiva?

Sì, tantissimo. Durante il montaggio che è durato un anno lo abbiamo fatto vedere a varie persone, anche molto distanti dalla mia storia, che si sono connesse con questo film. In fondo il tema del confronto genitore-figlia è universale, e credo che molti si identificano con l’urgenza di un chiarimento tra padre e figlia prima che sia troppo tardi.

È stato difficile mettersi in scena nel film? Presumo che non sia facile esporre le proprie fragilità…

All’inizio provavo molta vergogna nel mettermi in mostra, soprattutto in alcuni momenti molto personali, poi la montatrice Ilaria Fraioli mi ha fatto capire che quelle riprese erano importanti per costruire un racconto in cui io e mio padre diventiamo due protagonisti di un romanzo storico familiare. Da lì ho capito il distacco di autori come Woody Allen: quella sullo schermo non ero io, era un personaggio e ho iniziato a guardarmi al montaggio come se fossi un’attrice. In un momento nel film mio padre dice: “Ci sono certi filosofi che si credono Dio e guardano il mondo dal di fuori”. Ecco, io non mi vedo come uno di quei registi distanti che giudicano dall’alto e manipolano i loro soggetti, se volevo raccontare l’intimità con mio padre, dovevo mettermi in gioco.

Di che cosa è colpevole suo padre?

A un certo punto del film dice: “Sapevamo che stavamo per essere sconfitti, ma non abbiamo voluto vedere la sconfitta”. Forse la sua colpa è, citando Gramsci, il pessimismo della ragione contrapposto all’ottimismo della volontà.

E da figlia, di che cosa è stato colpevole suo padre?

È complicato… non posso dire che non mi abbia amato, perché non è vero. È colpevole perché è stato messo in galera. Forse la cosa che gli rimprovero di più era di aver pensato che ero più forte di quanto non lo fossi, cioè di essere più simile a lui in termini di resilienza. Essere forte, era un obbligo familiare.

Quanto è stato complicato crescere all’ombra di una figura ingombrante come suo padre?

Il mio film non è “io e mio padre” ma racconta il senso di sfalsamento che puoi avere quando sei una ragazzina che ha bisogno di essere accudita e che invece deve confrontarsi con la grande Storia. Non ti puoi lamentare con i tuoi genitori se uno è in carcere e l’altro va a trovarlo, non è cattiveria da parte loro, è così, è la grande Storia che entra prepotentemente nella tua vita.

L’ideologia ha bisogno di semplificazioni, io invece ho tentato di portare avanti più livelli narrativi nel film. C’è una scena in cui mio padre inizia a pensare alla struttura del film e si rende conto della complessità di questo affresco familiare...

Non si può raccontare solo lui o me, perché in fondo siamo come personaggi simbolici all’interno di un arazzo intricato. È nella stratificazione delle cose, nel fare ragionamenti complessi, nel vedere le ragioni di tutti che si può uscire dal tunnel dove sono stati buttati gli anni Settanta, semplificati con il termine “anni di piombo”.

La sua storia personale l’ha resa apolitica?

Sono ovviamente molto sensibile alle ingiustizie, al sociale, alle questioni di genere, ma non ho mai fatto politica. Mi sono protetta scappando dall’Italia alla fine degli anni Ottanta per trovare me stessa. In Italia non siamo riusciti, come in altri paesi, per esempio la Germania, a integrare la parte buona, creativa degli anni Settanta. E questo ha portato poi anche a un distacco dalla politica di tantissime persone. Negli anni è andato perso un patrimonio politico ma anche culturale, umano e credo che sia stato voluto. Ricordo che da ragazza, cresciuta da sola coi miei fratelli a Milano, c’era in contemporanea alla repressione dello stato, l’introduzione massiccia di eroina, venduta quasi gratis per sedare le classi più povere. È stata una vera e propria epidemia che ha colpito tutti i ceti sociali. Con l’eroina sono arrivate anche le tv private che trasmettevano porno. Questa volontà di lobotomizzare le masse ha creato un danno sociale enorme.

La sua passione per il cinema invece come e quando nasce? Era una via di fuga?

È dall’età di dodici anni che voglio fare la regista, poi quando mi sono trovata da sola a 14, con la famiglia dissolta, andavo al cinema spessissimo. Per me era una passione che mi teneva viva quando tutto il resto sembrava impossibile. È chiaro, era molto difficile per una ragazzina dire voglio fare la regista, non c’erano modelli femminili, gli unici erano mosche bianche: Liliana Cavani e Lina Wertmüller.

Esiste un cinema “femminile”?

Il mio film è femminile perché sfugge dal rapporto gerarchico, da regista mi metto allo stesso livello del soggetto del mio documentario e il film viene fatto insieme. In Italia siamo ancora legati al mito del maestro rinascimentale, che poi diventa il maestro del cinema, una specie di despota che non deve rendere conto a nessuno. Invece secondo me ci sono altri modi di lavorare, un film dev’essere un lavoro collettivo anche con la troupe. La cosa più importante è la storia che racconti, non il tuo ego, il film non è un veicolo per portare avanti il tuo nome come se fossi un brand.