sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Carmen Vogani

L’Osservatore Romano, 4 gennaio 2026

Avvocata penalista napoletana, Annalisa Senese ha dedicato la sua attività alla tutela dei diritti umani nelle carceri. Dal suo lavoro nasce “Figli cancellati” (Giannini Editore, 2025), che racconta le storie di bambini segnati dal carcere dei genitori. Non una rassegna di vicende dolorose, ma il tentativo di costruire speranza in una zona di estrema fragilità.

Ricorda il momento in cui ha deciso di occuparsi di questi bambini?

Dopo la nascita di mia figlia ho iniziato a osservare con più attenzione i bambini che arrivavano al mio studio con le loro madri; per loro avevo creato uno spazio con colori e giochi. Un giorno arrivò una donna con quattro figli, portò patatine e bibite inscenando un pic-nic in sala d’attesa. In quel contrasto con la vita serena di mia figlia è nato un pensiero disturbante: alcuni bambini sembrano predestinati a una vita difficile. Dobbiamo proteggerli. 

Come?

Con l’empatia, non adultizzandoli, non pretendendo che si adeguino alle regole severe degli adulti. Ricordo una bambina che, prima di incontrare il padre, fu sottoposta al controllo di sicurezza e obbligata a sputare il chewing-gum. Lei si rifiutò e reagì con rabbia: difendeva un frammento di infanzia. Se li trattiamo come adulti colpevoli, li spingiamo verso una traiettoria di devianza.

Il mondo della scuola è attrezzato?

Non ancora. La speranza è che questi minori vengano riconosciuti come portatori di bisogni educativi specifici, con figure formate che li sostengano. In Italia, purtroppo, vediamo segnali opposti alla civiltà a cui dovremmo ambire. Ad esempio, ad aprile è stata abrogata la norma che prevedeva il rinvio obbligatorio della detenzione per donne incinte e madri di bambini fino a un anno. Ora tutto è lasciato alla discrezionalità del giudice. È un passo indietro.

Quali azioni concrete sono possibili?

Trovare la volontà e le risorse economiche per creare spazi accoglienti e formare il personale penitenziario, così che l’incontro non sia una procedura ma un momento umano. Con l’articolo 41-bis, il carcere duro nell’ordinamento italiano, tutto è più difficile: compiuti i 12 anni, si parla con i genitori separati da un vetro. Nel libro racconto di un bambino che, qualche mese prima che compisse dodici anni, non capiva perché durante il colloquio il padre lo riempisse di baci. Non era mai stato così affettuoso.

E quando l’ha capito?

Si è ricordato di quella frase detta dal padre: “Ora l’uomo di casa sei tu!”. A 19 anni è finito a sua volta all’ergastolo. Una volta mi disse: “Non ho fatto in tempo a innamorarmi”. Questa frase mi ha inchiodata alla parete della cella. Proteggere l’infanzia, da qui bisogna partire.