di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 26 aprile 2021
Davide Steccanella è l'autore di un volume sulla violenza politica partita dal capoluogo lombardo negli anni 60. Anni da non dimenticare, che hanno fatto la storia del nostro paese. Ne è convinto l'avvocato Davide Steccanella, autore del libro "Milano e la violenza politica 1962-1986" (Milieu Edizioni, pp. 264 con illustrazioni e prefazione di Claudia Pinelli, euro 18,90).
Il sottotitolo del volume, a riprova del fatto che si tratti di pagine indimenticabili, è chiaro: la mappa della città e i luoghi della memoria. Una memoria fatta di slanci vitali, cristallizzatasi anche con la violenza ed i lutti del ventennio 60-80 del secolo scorso. Il libro di Steccanella, che è il difensore di Cesare Battisti, è impreziosito da immagini d'epoca, molte delle quali dimenticate negli archivi delle redazioni giornalistiche. Grazie alle tessere dei tanti episodi descritti e ai suoi protagonisti si riesce a ricomporre il mosaico di una parte della storia d'Italia partorita nel capoluogo lombardo.
"In questo libro - racconta a Il Dubbio l'avvocato Steccanella - ho cercato di ricostruire nel modo più oggettivo possibile un periodo di storia della nostra città, limitandomi a ricostruire i fatti e lasciando che fossero un centinaio di protagonisti di quegli anni, da una parte e dall'altra, a commentarli.
Gli anni Settanta sono stati anni di approvazioni di leggi come lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, la Legge Basaglia, le riforme del diritto di famiglia, della scuola e del diritto penitenziario, le leggi su divorzio, aborto e asili nido, l'obiezione di coscienza, l'abbassamento dell'età del voto alla Camera e la Legge Merli. Però, c'è stata anche un'altra storia e "prima di voltare una pagina", come ha scritto lo storico jugoslavo Predrag Matvejevic, "bisogna leggerla"".
Gli anni di piombo hanno cambiato Milano e l'hanno proiettata nel futuro molto tempo prima rispetto al resto d'Italia?
La città di Milano, dal dopoguerra in avanti, è stato l'epicentro di gran parte di quello che è accaduto in Italia nella seconda metà di un secolo, il Novecento, contrassegnato più di ogni altro da fermenti radicali di vario tipo, per esempio culturali, generazionali e sociali. In questo senso, è corretto affermare che anche quel lungo periodo di diffusa violenza politica a vari livelli che ha interessato non solo l'Italia ma la gran parte del mondo occidentale negli anni Sessanta e Settanta, e parte degli Ottanta, sia partito da Milano per poi diffondersi in altre realtà metropolitane di un Paese ancora poco omogeneo e diseguale. Direi che non sono stati gli "anni di piombo", definizione mediatica che mistifica il significato assai diverso del titolo di un bellissimo film della tedesca Von Trotta, a proiettare Milano verso il futuro, ma semmai il contrario.
Ci spieghi meglio...
L'affannosa rincorsa al benessere nel finale degli anni 50 generò quelle grandi tensioni sociali destinate a esplodere nel successivo decennio, quando la ribellione studentesca del '68 contro un sistema vetusto si unì a quella operaia dell'autunno caldo e in seguito si allargherà a giovani disoccupati e ai proletari delle varie periferie, i quali, rimasti esclusi da quel boom, pativano le conseguenze dei successivi 70 di sacrifici e di austerity. Inoltre, fu a Milano che si consumò quel micidiale passaggio di decade che vide compiersi in pochi giorni la strage di Piazza Fontana, l'arresto ingiustificato di alcuni anarchici e la morte in questura di Pinelli.
Il suo libro è un atto di amore verso Milano?
Certamente, anzi direi che è stato il motivo principale che mi ha indotto a scriverlo. Come racconto nella prima parte, in cui descrivo i mutamenti della città negli anni che hanno preceduto i Settanta, Milano era ricchissima non solo di soldi, quelli ci sono sempre stati, ma soprattutto di personaggi straordinari, da Gadda a Strehler, da Arbasino a Mario Mieli, da Gaber a Jannacci, da Andrea Valcarenghi a Primo Moroni, da Dario Fo a Paolo Grassi e Claudio Abbado, da Fernanda Pivano a Ada Merini, di luoghi come il Santa Tecla, il Giamaica, il Piccolo Teatro, la libreria Calusca. Si percepiva una voglia diffusa di cambiare le cose in un irripetibile miscuglio di intelligenza, creatività e rabbia per ogni forma di ingiustizia, per cui tutti o quasi sembravano mossi da un impegno totale e collettivo. Insomma, una città che era oggettivamente avanti anni luce rispetto al resto di un'Italia ancora molto arretrata.
Le tensioni e le divisioni degli anni di piombo hanno rafforzato la coscienza civica degli italiani?
Io non so valutare l'attuale "coscienza civica" degli italiani, ma non mi pare che la storia la indichi come una delle nostre maggiori virtù. Qualcuno ha detto che ad onta delle grandi innovazioni tecnologiche siamo rimasti "il paese di Alberto Sordi" e soprattutto questi anni paiono dominati da un individualismo sfrenato e da un'estenuante rincorsa al denaro e al potere. Ambizioni più che legittime, ci mancherebbe, ma se diventano le linee guida per le nuove generazioni rischiano di creare un mondo cinico e poco attento ai bisogni dei più deboli. Vedo anche molto giustizialismo e una voglia di forca spacciata per difesa della legalità che mi inquieta e ogni tanto mi viene da pensare che alla sbandierata "caduta delle ideologie" del Novecento sia succeduta una "caduta delle idee", che è cosa ben diversa. Forse, questa drammatica esperienza del Covid, che ci ha costretto a rivedere schemi di vita e modelli dati fino a ieri per immodificabili, potrebbe renderci in grado di lasciare ai nostri figli un mondo più attraente.
Milano è la città in cui il corpo di Mussolini è stato esposto a Piazzale Loreto. La violenza del ventennio di piombo 60-80 del secolo scorso è, secondo lei, anche un'eredità di quanto accaduto nella Seconda guerra mondiale e nel dopoguerra?
Certamente, la storia, anche se non si ripete mai nelle singole declinazioni, è sempre collegata ad un filo continuo e nulla accade per caso. Il mio libro inizia proprio da Piazzale Loreto, perché è il luogo in cui ha avuto inizio la seconda parte del Novecento italiano. Milano era stata il centro nordico della Resistenza ed è a Milano che nel primo dopoguerra opera la Volante Rossa, per cui la violenza politica non è un'invenzione dell'antifascismo militante degli anni Settanta che porterà a ripetuti scontri di piazza fino alle tragiche giornate dell'aprile 1975. Va, tuttavia, chiarito che il diverso fenomeno della lotta armata clandestina non nasce dall'antifascismo militante ma dal conflitto sociale sviluppatosi nelle grandi fabbriche e nelle periferie, tanto che fu alla Pirelli e alla Siemens che nacquero le Brigate rosse. Sarà nel bacino industriale di Sesto San Giovanni che qualche anno dopo nascerà Prima Linea, le due principali, anche se certo non uniche, organizzazioni armate degli anni Settanta. Tutto il "secolo breve", come venne definito dallo storico inglese Eric Hobsbawm, è stato scandito da un radicalismo violento, perché non è stato solo il secolo di ben due guerre mondiali ma anche quello di molte rivoluzioni. Alcune, poche, riuscite e molte fallite.
Lei ha difeso Cesare Battisti. Anche il suo assistito ha vissuto in prima persona quanto descritto nel suo libro. Battisti è figlio o padre degli "anni di piombo"?
Battisti ha militato, come migliaia di altri giovani in quegli anni, in una delle tante formazioni minori di matrice "autonoma" nate in città sulle ceneri del Movimento del '77 per un fenomeno che ha avuto diverse declinazioni. La storia ufficiale non ha mai saputo o voluto raccontare quel periodo nei suoi reali termini, perché i numeri di quel conflitto parlano chiaro. La nota ministeriale del 30 dicembre 1979 riporta: 269 sigle armate operanti alla fine del 1979, 36.000 cittadini inquisiti, 6.000 condannati, 7.866 attentati compiuti e 4.290 azioni ai danni di persone. Il paradosso è che oggi Battisti, figura non certo centrale di quel periodo di storia, viene fatto passare come quello che ha inventato la lotta armata in Italia e descritto come un pericoloso terrorista anche se sono passati 42 anni dal suo ultimo delitto, commesso quando il contesto storico del nostro Paese e dell'intero mondo occidentale era completamente diverso.
Come vive Battisti la sua pena?
Non mi piace inserire una vicenda di cui mi sto occupando come avvocato, quello che posso dire è che il mio assistito sta scontando quarant'anni dopo un regime penitenziario punitivo in aperto spregio a quanto stabilito dalla Corte di Assise di Appello di Milano, giudice della sua esecuzione, con un provvedimento del 17 maggio 2019. Nonostante ci sia scritto che non deve essergli applicato per legge il regime di cui all'art. 4 bis, da più di due anni Battisti è di fatto in isolamento con tutte le restrizioni in tema di corrispondenza, colloqui, ora d'aria, previste per i terroristi islamici. Il ministero, sin dal suo arrivo, lo ha inviato in carceri speciali, prima in Sardegna e oggi in Calabria, con la classificazione in "Alta Sorveglianza 2" e, nonostante le ripetute richieste, non è mai stata comunicata ai difensori la ragione per una tale classificazione a distanza di quarantadue anni dai fatti. Ma questo fa parte della costruzione mediatica del "mostro" Battisti. Basti pensare che la semplice richiesta di mangiare del riso in bianco per accertate ragioni di salute, è stata occasione da parte dei media per consultare i familiari delle vittime per sapere da loro se fosse giusto o meno che Battisti "si scegliesse il menù", e per l'ex viceministro Salvini di dire pubblicamente "stia zitto e digiuni", dopo che aveva proclamato al suo arrivo a Ciampino "che sarebbe marcito in galera".











