di Michela Marzano
La Repubblica, 7 ottobre 2022
Nessuno dei suoi libri può veramente dirsi un romanzo perché lei ha stravolto i canoni letterari intersecandoli alla storia e alla sociologia. La capacità di scavare dentro la vergogna. La scrittura come esigenza: una necessità che non lascia spazio a nient’altro. È difficile trovare un modo diverso per descrivere l’opera di Annie Ernaux, la scrittrice francese che ha vinto quest’anno il premio Nobel per la Letteratura.
Premio meritassimo ma anche inatteso, nonostante il nome di Ernaux circolasse parecchio negli ultimi giorni. Anche semplicemente perché la scrittura di Annie Ernaux non è affatto convenzionale. Anzi. Ha contribuito, come forse, nessun’altra, a stravolgere i canoni letterari tradizionali: nessuno dei suoi romanzi può d’altronde essere davvero definito un “romanzo”.
Il premio nobel Annie Ernaux tra fiction e autobiografia - I libri della scrittrice francese, nata in Normandia nel 1940, non sono né semplici opere di fiction, né banali testi autobiografici, né saggi divulgativi, né reportage, ma tutte queste cose insieme: collocandosi all’intersezione tra la letteratura, la storia e la sociologia, Annie Ernaux non ha mai smesso di vivisezionare la propria memoria e il proprio vissuto, restituendo con enorme coraggio i legami profondi che legano ogni persona alle sue radici.
La scrittrice francese parte sempre da sé e dalle proprie vicende, dalla storia dei propri genitori e dalla vergogna di essere nata in un contesto familiare umile, lontano dalla capitale e dal milieu culturale parigino. Ma lo scopo non è mai quello di mettere a nudo sé stessa: la sua scrittura è un atto politico, un modo per denunciare i privilegi di nascita e le nevrosi di classe, trasformando le persone comune, le “petis gens” come lei stessa le definisce, in eroi.
Nei libri del premio Nobel Annie Ernaux il ritratto di una generazione - Libro dopo libro, la scrittrice francese è stata sempre capace di universalizzare la propria esperienza, raccontando così al tempo stesso la storia di un intero paese e la crisi della propria generazione. A partire da Gli armadi vuoti, pubblicato da Gallimard nel 1974, fino a Le jeune homme, uscito quest’anno (passando ovviamente per Il posto, Una donna, La vergogna e Gli anni, solo per citare alcuni dei suoi romanzi più belli), Annie Ernaux utilizza una scrittura scarna, essenziale, priva di orpelli e virtuosismi.
Ciò che conta, per lei, è nominare nel modo giusto le cose e accompagnare il lettore, prendendolo per la mano, alla scoperta di sé stesso. Che si tratti della propria infanzia o dell’Alzheimer della madre, la scrittrice tocca le corde più intime dell’esistenza, mette in scena la commedia umana, e incarna in maniera ammirabile quella vergogna e quella colpa che, in tanti, ci portiamo dentro per tutta la vita, nonostante siano molto più numerose le volte in cui non si sceglie (e ci si lascia trascinare e determinare dal contesto storico-sociale in cui si evolve), che le volte in cui si decide autonomamente come comportarsi.
Ma è soprattutto il voler “salvare qualcosa per quando non ci saremo più” che rende straordinaria l’opera di Annie Ernaux: la necessità di lasciare una traccia, appunto, attraverso una scrittura che scava dentro, nomina le mille sfaccettature dell’esistenza, e rende magnificamente testimonianza della vulnerabilità della condizione umana.









