di Simona Siri
La Stampa, 23 luglio 2024
Nell’ormai lontano 2009 lo scienziato cognitivo Stephan Lewandowsky iniziò a studiare le origini del negazionismo climatico ovvero perché alcune persone rifiutavano di accettare le prove schiaccianti che il pianeta si stava riscaldando e che gli esseri umani ne erano responsabili. Durante le sue ricerche lo studioso scoprì che il negazionismo di molti non si limitava al clima, ma comprendeva anche una serie di altri complotti stravaganti, come l’idea che lo sbarco sulla Luna del programma Apollo fosse una bufala creata dal governo americano. “Molti dei discorsi che queste persone facevano su Internet erano totalmente cospiratori”, ricorda. Nel 2013, con la pubblicazione delle sue scoperte su Psychological Science, i cospirazionisti, offesi dalle sue affermazioni, incominciarono ad attaccare la sua integrità e a chiederne il licenziamento. Non solo, mentre lo attaccavano, queste persone che già credevamo in folli teorie, ne creavano di nuove proprio su di lui, prima quasi innocue, come l’aver falsificato le risposte al questionario, poi sempre più violente, fino alle minacce di morte.
La storia di Lewandowsky è solo un esempio: dal 2009 a oggi le teorie complottiste invece che diminuire sono aumentate e sono state accompagnate da morte e violenza. La più recente riguarda il tentato assassinio di Donald Trump. A parte gli evangelici ultra conservatori che credono che il proiettile sparato da Thoams Crooks sia stato intercettato dalla mano di Dio, a sinistra dello spettro politico in molti pensano a un finto attentato messo inscena per favorire Trump e farlo passare per vittima, come dimostra l’ondata di hashtag del tipo #staged, #fakeassassination e #stagedshooting che ha invaso i social già pochi minuti dopo il fatto. Nel 2012, subito dopo la strage della scuola Sandy Hook, dove 20 bambini e sei adulti furono uccisi da uno squilibrato, il personaggio radiofonico Alex Jones incominciò a diffondere la teoria secondo la quale fosse tutta una messinscena del governo federale per spingere una legge sul controllo delle armi. Nel 2016 un tizio convinto della veridicità della teoria secondo la quale alti funzionari del Partito Democratico facevano parte di un giro di sesso minorile, entrò nella pizzeria che secondo la teoria era il quartier generale del giro di pedofilia e si mise a sparare. Per arrivare alla madre di tutte le teorie cospirazioniste, quella secondo la quale le elezioni presidenziali del 2020 erano truccate, con tutto un corollario di teorie accessorie: le macchine conta voti contraffatte, i voti dei deceduti, le valigie piene di voti. Ma se prima si poteva affermare che le credenze cospirazioniste fossero prevalentemente a destra, oggi bisogna ammettere che nessuna parte politica ne è immune. Dopo il Covid e l’ondata di scetticismo che ha scatenato, è diventato normale per un gran numero di persone dubitare della visione condivisa dai più e interpretare gli eventi in un modo che razionalizzi la propria visione del mondo.
“Le teorie del complotto non si limitano a una convinzione politica”, ha affermato Imran Ahmed, amministratore delegato del Center for Countering Digital Hate al quotidiano The Guardian, aggiungendo che tali punti di vista sono un tentativo di “collocare gli eventi in una narrazione che abbia senso per noi” e che “rafforzano le nostre convinzioni e i nostri pregiudizi”. Le teorie del complotto provenienti da persone con tendenze di sinistra o liberali hanno dato origine al termine “Blueanon”, riferito al colore ufficiale del partito democratico blu. Il termine è una derivazione di “QAnon”, l’infondata teoria del complotto di destra pro-Trump secondo cui il mondo e Washington sarebbero in mano a una élite satanica che gestisce un giro di abusi sui minori. Con l’aumentare delle teorie, sono cresciuti anche gli studi psicologici che cercano di capire i tratti psicologici di coloro che a queste teorie credono: l’osservazione empirica di Lewandowsky secondo la quale se si crede a una, facilmente si crederà anche ad altre, oggi ad esempio ha un nome e si chiama “pensiero complottista” o “mentalità complottista”.
Secondo una delle ricerche più recenti sull’argomento, pubblicata nel 2023 dalla American Psychological Association, le persone possono essere inclini a credere nelle teorie del complotto a causa di una combinazione di tratti e motivazioni della personalità, tra cui fare forte affidamento sul proprio intuito, provare un senso di antagonismo e superiorità verso gli altri e percepire minacce nel proprio ambiente. “Non tutti i teorici della cospirazione sono persone ingenue e mentalmente malate, un ritratto che viene abitualmente dipinto nella cultura popolare”, spiega Shauna Bowes, dottoranda in psicologia clinica alla Emory University e principale autrice dell’articolo scientifico intitolato “La mente cospiratoria: una revisione meta-analitica delle correlazioni motivazionali e personologiche” pubblicato su Psychological Bulletin. “Molti, invece, si rivolgono alle teorie del complotto per soddisfare bisogni motivazionali privati e dare un senso all’angoscia e all’ansia”.
Se le ricerche precedenti avevano per lo più esaminato separatamente la personalità e la motivazione, lo studio di Bowes esamina insieme questi fattori per arrivare a un resoconto più unificato. Per fare ciò, i ricercatori hanno analizzato i dati di 170 studi che hanno coinvolto oltre 158.000 partecipanti provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Polonia. I ricercatori hanno scoperto che le persone erano motivate a credere nelle teorie del complotto dal bisogno di comprendere e sentirsi al sicuro nel proprio ambiente e dal bisogno di sentire che la comunità con cui si identificavano fosse superiore alle altre. Anche se molte teorie del complotto sembrano fornire chiarezza o una presunta verità segreta su eventi confusi, il bisogno di chiusura o un senso di controllo non sono stati i fattori motivazionali più forti per sostenere tali teorie. Invece, i ricercatori hanno trovato che le persone erano più propense a credere a specifiche teorie del complotto sulla spinta delle relazioni sociali. Ad esempio, i partecipanti che percepivano minacce sociali erano più propensi a credere in teorie cospirative basate sugli eventi, come la teoria secondo cui il governo USA avrebbe pianificato gli attacchi terroristici dell’11 settembre, piuttosto che in una teoria astratta secondo cui, in generale, i governi pianificano di danneggiare i cittadini per mantenere il potere.
“Questi risultati si adattano in gran parte a un recente quadro teorico che sostiene che motivi di identità sociale possono far sì che le persone siano attratte dal contenuto di una specifica teoria della cospirazione, mentre le persone che sono motivate dal desiderio di sentirsi uniche hanno maggiori probabilità di credere in teorie cospirative generali su come funziona il mondo”, dice Bowes. I ricercatori hanno anche scoperto che le persone con determinati tratti della personalità come un senso di antagonismo verso gli altri e alti livelli di paranoia, erano più inclini a credere ai complotti. Quanti credevano fortemente nelle teorie del complotto avevano anche maggiori probabilità di essere insicuri, paranoici, emotivamente volatili, impulsivi, sospettosi, ritirati, manipolatori, egocentrici ed eccentrici. I cinque grandi tratti della personalità (estroversione, gradevolezza, apertura, coscienziosità e nevroticismo) avevano una relazione molto più debole con il pensiero cospiratorio.









