Il Dubbio, 27 aprile 2026
L’associazione richiama il caso Alemanno e i migliaia di ricorsi accolti per trattamenti inumani, chiedendo riforme urgenti a governo e Parlamento. Le carceri italiane sono ormai “fuori dalla legalità” a causa di un sovraffollamento che non si arresta e che continua a produrre conseguenze concrete sui diritti delle persone detenute. A rilanciare l’allarme è Antigone, che richiama il caso di Gianni Alemanno come uno tra i tanti episodi che mostrano la gravità della situazione: all’ex sindaco di Roma sono stati riconosciuti 39 giorni di sconto di pena per aver subito, secondo quanto stabilito, trattamenti inumani e degradanti.
Per l’associazione, però, quel caso non rappresenta affatto un’eccezione. Al contrario, è il segnale visibile di un fenomeno strutturale che si allarga anno dopo anno e che continua a essere certificato dalle decisioni della magistratura di sorveglianza.
Migliaia di ricorsi accolti per condizioni inumane - Secondo i dati richiamati da Antigone, solo nel 2024 a 5.837 persone detenute è stato riconosciuto uno sconto di pena per ragioni analoghe, in gran parte legate alla detenzione in celle prive dello spazio minimo di 3 metri quadrati a persona. È un numero che, nella lettura dell’associazione, fotografa con forza la dimensione reale dell’emergenza. E il quadro è destinato a peggiorare. A fine 2024 le persone detenute nelle carceri italiane erano 61.861, mentre nel mese di marzo di quest’anno erano già salite a 64.000. Per Antigone, l’aumento della popolazione carceraria rende facilmente prevedibile una crescita ulteriore dei ricorsi accolti.
Il caso Alemanno come simbolo di un problema più ampio - Il riferimento al caso di Gianni Alemanno serve proprio a sottolineare questo punto. Il riconoscimento di 39 giorni di riduzione pena, osserva l’associazione, non è un fatto isolato né straordinario. È solo uno dei tanti provvedimenti con cui i tribunali certificano il carattere degradante di molte condizioni detentive presenti negli istituti italiani. Da qui nasce l’accusa più dura contenuta nella nota: lo Stato, mentre continua a tollerare livelli altissimi di sovraffollamento, viene di fatto smentito e condannato nei tribunali di sorveglianza, che riconoscono ogni giorno gli effetti lesivi di quelle condizioni.
La campagna “Inumane e degradanti” - Qualche settimana fa Antigone aveva lanciato la campagna “Inumane e degradanti”, accompagnata da una petizione firmata finora da 1.700 persone. L’obiettivo è chiedere a governo e Parlamento di intervenire con urgenza attraverso riforme capaci di garantire condizioni di detenzione rispettose dei diritti umani. L’associazione insiste sul fatto che non si sia più davanti a un problema marginale o rinviabile, ma a una violazione sistemica che investe la legalità dell’intero sistema penitenziario. Per questo chiede misure immediate, capaci di agire sia sul sovraffollamento sia sulla qualità concreta della vita detentiva.
Il richiamo alla sentenza Torreggiani - Nel documento Antigone richiama anche un precedente decisivo: la sentenza Torreggiani del 2013, con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per le condizioni inumane o degradanti delle sue carceri. All’epoca erano stati presentati circa 4.000 ricorsi da persone detenute italiane.
Quella decisione della Corte di Strasburgo aprì una stagione di riforme e riportò il tema del carcere al centro dell’attenzione pubblica. Oggi, però, secondo Antigone, il quadro rischia di essere persino peggiore: i numeri dei ricorsi accolti risultano superiori a quelli che allora avevano portato alla condanna europea, ma la risposta politica appare molto più debole.
“Il carcere usato solo in chiave penal-populistica” - È qui che si concentra la critica più politica dell’associazione. “Oggi i numeri dei ricorsi accolti sono più alti di quelli all’epoca presentati eppure, nonostante il bisogno di interventi urgenti, al carcere si guarda solo come orizzonte di politiche penal-populistiche”, sostiene Antigone.











