di Michele Gambirasi
Il Manifesto, 14 ottobre 2026
Dopo il sì del Senato, il voto finale alla Camera slitta alla prima settimana di novembre. Ennesimo rinvio anche per le mozioni sul diritto di veto Ue: non c’è accordo a destra. Sarebbe dovuto iniziare ieri in Aula, a Montecitorio, l’esame del ddl Antisemitismo: il testo, già approvato al Senato, adotta la contestata definizione dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), già giudicata dal mondo accademico e da quello progressista ebraico potenziale veicolo di censura contro le critiche a Israele. La discussione tuttavia è stata rinviata: ieri la presidente di turno, Anna Ascani del Pd, ha annunciato che l’esame è stato rinviato “secondo le intese intercorse tra i gruppi”.
Significa che potrà iniziare nella prima settimana novembre, dopo che ieri la commissione Bilancio ha espresso parere favorevole dato che non prevede costi per lo Stato. In base al regolamento della Camera i tempi potranno essere contingentati. Una soluzione decisa in modo unanime dai capigruppo di maggioranza e opposizione per motivi differenti: la destra ha da guadagnarci dall’accelerazione dei tempi, mentre il Pd è ancora diviso. Dopo essersi astenuto al Senato, con alcuni senatori dell’area riformista che hanno votato a favore, il gruppo alla Camera ha deciso di sospendere il giudizio. Se il testo dovesse rimanere immutato il voto sarà contrario, insieme anche a M5S e Avs che già si sono opposti a Palazzo Madama: la condizione richiesta alla maggioranza per arrivare al sì è di cambiare la definizione dell’Ihra con quella della Dichiarazione di Gerusalemme, che non blocca le critiche alla Stato di Israele.
Modifiche difficili da realizzare. Dalla commissione il testo è uscito tale e quale a quello licenziato in Senato (in quell’occasione i dem non hanno partecipato al voto) e a più riprese esponenti della maggioranza hanno ribadito di non voler approvare alcun emendamento in Aula. Il rischio di una nuova spaccatura, come accaduto al Senato, è dunque dietro l’angolo per i dem. Dopo che il gruppo ha deciso per il no, la componente riformista che a Montecitorio conta cinque deputati non ha ancora deciso che orientamento assumere. Sicuramente non si opporrà come il resto del gruppo, ma non ha scelto tra astensionismo e appoggio al provvedimento insieme al centrodestra. Con il rinvio unanime la potenziale spaccatura è stata rimandata di qualche settimana, in attesa di sviluppi.
ieri l’UCEI ha chiesto che l’approvazione definitiva arrivi in tempi rapidi: “Ogni slittamento produce inquietudine, perché apre la strada a nuovi ritardi, il provvedimento sia calendarizzato nella prima settimana di novembre. Sollecitiamo il completamento del percorso parlamentare del ddl, sostenuto dalla maggioranza e dalle altre forze politiche che lo hanno già votato al Senato, e seguiremo con attenzione i prossimi passaggi. Il contrasto all’antisemitismo è una risposta che il Paese deve dare a se stesso di fronte a un problema che riguarda l’intera società”.
Il Centrodestra ha deciso di rinviare anche la discussione sulla mozione avanzata da Matteo Richetti di Azione, che chiede di superare il diritto di veto nelle istituzioni europee. A questa sono collegate anche altre due mozioni sullo stesso tema presentate da Benedetto Della Vedova di PiùEuropa e da Pd, M5S e Avs. Un punto su cui la destra è spaccata da tempo, con Fi a favore e FdI contraria. I meloniani ieri quindi hanno chiesto e ottenuto a maggioranza l’ennesimo rinvio, il sesto, da quando il testo è stato depositato a giugno. “La maggioranza deve svolgere approfondimenti per esprimere una posizione chiara” ha provato a giustificarsi Antonio Giordano di FdI, nonostante il regolamento richieda di motivare le decisioni di rinvio. “C’è un’estranietà alla democrazia in questa maggioranza, Forza Italia ha le mani nei capelli” ha ribattuto Richetti. “State applicando una dittatura della maggioranza, impedendo alle opposizioni di portare fino in fondo un’istanza. Chiedo la convocazione di una capigruppo con solo questo punto all’ordine del giorno” ha attaccato Federico Fornaro del Pd.









