di Paolo Lambruschi
Avvenire, 21 gennaio 2023
Antonio è stato condannato nel 2009 a 12 anni di reclusione per una rissa tra bande rivali. Nei due carceri milanesi in cui sconta la pena ha sempre svolto lavori “intramurari” per l’amministrazione penitenziaria e per cooperative.
A Opera e Bollate ha inoltre imparato i mestieri di montaggio e assemblaggio di elettrodomestici e biciclette elettriche, ma anche a dare assistenza telefonica ai clienti. Lo ha fatto per il figlio, nato pochi mesi dopo il suo arresto. Il suo rimpianto è di “averlo cresciuto in carcere”.
Il ragazzo è sempre venuto a trovarlo e un piccolo rituale caratterizzava i loro colloqui. Antonio cucinava in cella e gli portava in piccole teglie il cibo spiegandogli ingredienti e procedimento e poi mangiavano assieme. Per questo il figlio frequenta oggi l’Istituto alberghiero, per cucinare bene come suo papà.
Dal 2021, come altri 700 detenuti in semilibertà o lavoranti, i decreti legge per l’emergenza Covid gli hanno concesso di restare presso la casa dei genitori fino a data da definirsi, per diminuire il sovraffollamento nell’istituto di detenzione. Chi non aveva familiari ha dormito in alloggi di enti benefici. Questo periodo è stato di grande aiuto ad Antonio soprattutto per coltivare il rapporto con il figlio, dandogli la spinta definitiva per cambiare vita.
Ma il 31 dicembre 2022 il governo, nonostante le richieste di associazioni e garanti dei detenuti, non ha voluto rinnovare nel decreto Milleproroghe i provvedimenti emergenziali, prorogando le licenze straordinarie e dal 31 dicembre scorso per queste persone è tornato l’obbligo di rientrare ogni sera in cella. Per alcuni il rientro notturno è beffardamente scattato alle 22 del 31 dicembre 2022. “Siamo preoccupati per questa scelta - spiega Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana, realtà da sempre impegnata nel reinserimento dei detenuti - che riteniamo poco lungimirante e dettata soprattutto da motivazioni di principio.
Queste persone avevano avviato grazie alla situazione straordinaria percorsi di recupero o reinserimento importanti come assunzione di responsabilità. Non c’è solo l’aspetto lavorativo, conta anche riallacciare i legami con la famiglia e accudendo ad esempio i figli per una parte della giornata, vivere la quotidianità. Tutte attività che fanno pienamente parte del percorso di reinserimento sociale, al pari dell’attività lavorativa o di studio.
Ma tutto questo è stato bruscamente interrotto e può compromettere percorsi che stavano producendo risultati positivi. Se a questo aggiungiamo che devono tornare in carceri sovraffollate e che il 2022 è stato un anno nero per i suicidi in cella direi che le preoccupazioni sono giustificate”. A dicembre 2022 risultavano, dalle statistiche fornite dal Ministero della giustizia, 1.091 persone detenute in semilibertà.
“Non tutti hanno beneficiato del provvedimento straordinario - osserva Alessio Scandurra coordinatore dell’osservatorio sulle carceri dell’associazione Antigone che ha inviato le proprie osservazioni alla Commissione parlamentare - in generale i magistrati hanno disposto che potessero usufruirne chi era già in semilibertà. Siamo a circa 700 persone. Non ci risulta che nessuno dei semiliberi che hanno usufruito delle licenze straordinarie abbia commesso reati durante la permanenza notturna a casa anche perché il giudice poteva revocare il permesso immediatamente. La scelta di sradicarli dal contesto in cui si erano inseriti per ricondurli in un contesto detentivo è ritenuta perlomeno illogica dagli addetti ai lavori”. Ci sono vie d’uscita? A dicembre - come ha scritto Martino Alliva su Avvenire - i garanti territoriali (regionali, provinciali e comunali) hanno organizzato invano un digiuno a staffetta per fare approvare le proposte di emendamenti di alcuni parlamentari al “decreto Milleproroghe” che sono state bocciate.
“Così - afferma Stefano Anastasia, portavoce dei garanti territoriali e garante dei detenuti del Lazio - si è persa l’occasione di dare concretezza all’ideale rieducativo che la Costituzione all’articolo 27 affida all’esecuzione penale e di rafforzare quell’ideale di progressione trattamentale che dovrebbe essere alla base del sistema penitenziario.
Se uno torna a dormire in cella dopo due anni di vita in famiglia e nella società gli si fa fare un passo indietro nel percorso di reintegrazione. Noi chiediamo al Parlamento che venga accolto l’emendamento che ripristina per questi detenuti la possibilità di dormire a casa. E facciamo appello ai magistrati di sorveglianza perché prendano in esame questi casi”.
Con buona pace della riforma Cartabia che punta sulla certezza della pena, ma anche con le alternative alla detenzione. Linea, almeno per i reati minori, sulla quale concorda l’attuale ministro Nordio. Alcuni istituti di pena intanto hanno presentato prima del 31 dicembre domanda di affidamento ai magistrati di sorveglianza. Anche Antonio lo ha fatto e ora aspetta una risposta almeno dal giudice per tornare da suo figlio.










