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di Carla Chiappini*

 

Ristretti Orizzonti, 25 settembre 2020

 

È giovane e carina, mi avvicina all'ingresso del carcere di Parma. Non capisco bene cosa voglia, penso che sia un operatore o un'insegnante, forse un parente che aspetta di entrare per un colloquio. Sono così rari i colloqui al tempo del covid19.

È molto tesa, mi vuole parlare, mi chiede chi sono.

- "Una volontaria, entro per la redazione di Ristretti Orizzonti".

- "È una cosa per i diritti? Mi aiuti per favore, mi aiuti. Mio padre sta malissimo è pieno di metastasi, noi abitiamo al sud, molto lontano da qui. Ci aiuti. Si chiama Antonio Romeo, detenuto in Alta Sicurezza 1. Se lo ricorderà?".

Si apre la porta blindata, la persona all'interno mi invita a sbrigarmi, altri aspettano di entrare ma quel nome, certo che lo ricordo. Salgo in redazione e chiedo subito notizie. Sì Antonio Romeo è stato trasportato d'urgenza all'ospedale dopo qualche giorno di forti dolori; è un uomo di 70 anni, più di 20 anni di carcere, il fine pena tra pochissimi mesi, forse a febbraio, non ha reati di sangue, era molto attento alla salute, gli avevano appena rinviato l'udienza al Tribunale di Sorveglianza. La sua famiglia è disperata, questo lo aggiungo io.

E troppi "perché" si fanno strada nella mia mente. Perché il giuramento di Ippocrate "...di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana..." fatica tanto a superare le sbarre del carcere, perché le ribalte televisive riescono così facilmente a bloccare il pensiero civile e a condizionare le scelte di chi dovrebbe decidere con sapienza e secondo la legge? Perché siamo arrivati fino a questo punto? Perché la giustizia assume tanto spesso i tratti cupi della vendetta o magari - ed è quasi peggio - quelli dell'indifferenza?

Qual è la questione? Quale il senso? Se Antonio Romeo viene scarcerato poco prima del suo fine pena per poter essere assistito dai suoi cari, cosa cambia nelle nostre vite? Nulla ma tantissimo in quella della sua famiglia. Perché, certo, da un punto di vista sanitario potrà essere curato anche qui al nord ma come potrà la figlia che ieri mattina per un puro caso mi ha fermato davanti al cancello del carcere, come potrà alleviare il dolore anche solo con uno sguardo, un sorriso, una carezza? Mi viene in mente Andrea Camilleri, già vecchissimo, che diceva: - Non in nome mio. – Appunto.

In estrema sintesi, come persona e come cittadina in realtà non mi sento più tutelata dal mio Paese solo perché le istituzioni deputate all'amministrazione della giustizia non hanno il coraggio della misericordia; piuttosto voglio continuare a credere a una giustizia che non rispecchi il funzionamento e i disvalori delle persone che è chiamata a valutare, ma sappia testimoniare la possibilità di un pensiero e uno spirito più ampio, più responsabile, più umano.

*Responsabile redazione Ristretti Parma