di Loredana Pianta
rainews.it, 17 luglio 2024
Incendi e distruzione degli arredi del carcere, scontri con gli agenti, minacce di suicidio. Nelle ultime settimane i detenuti sono in rivolta in numerosi istituti penitenziari, quello di Brissogne non sta facendo eccezione. Il problema principale è la cronica mancanza di personale. “Venivamo da dieci anni senza direttore titolare, ma ora che lo abbiamo manca tutto il resto della struttura”, dice Matteo Ricucci, vicesegretario del sindacato di polizia penitenziaria Sinappe, “L’assenza di funzionari giuridico-pedagogici e la carenza di quelli amministrativi contabili, non fanno altro che alzare la tensione nei confronti del personale penitenziario, perché non ci sono le figure giuste per il reinserimento sociale”.
Carmelo Passafiume, vicesegretario regionale del sindacato Osapp, sottolinea come il recente arrivo di diciassette nuovi agenti non abbiano compensato i trasferimenti: “Siamo arrivati ad essere un reparto di 150-160 unità. Avremmo bisogno di un’altra ventina di uomini per svolgere tutti i servizi. C’è gente che non riposa da venti, trenta giorni. E, se le maglie si allargano, si rischia che entrino stupefacenti, telefonini, coltelli. Arrivano anche con i droni”.
Per gli agenti queste rivolte, in contemporanea in tutta Italia, sono un messaggio alla politica, perché si arrivi a provvedimenti di amnistia o indulto. L’idea di una sorta di cabina di regia dietro le proteste viene invece respinta da Elisabetta Zamparutti, una delle fondatrici di Nessuno tocchi Caino, associazione per i diritti umani che ha visitato il carcere di Brissogne a gennaio.
“Anche se amnistia e indulto sarebbero una misura adeguata, la riforma della Costituzione prevede che ci siano i due terzi del parlamento per l’approvazione, è dunque praticamente impossibile che avverrà. Tuttavia occorrono altre misure per governare questa situazione. Nessuno tocchi Caino è un’associazione nota per la lotta contro la pena di morte, ma oggi noi ci dobbiamo impegnare per la lotta contro la morte per pena. Ci sono i suicidi dei detenuti e ci sono quelli degli agenti di polizia penitenziaria, perché le condizioni di vita sono insopportabili anche per chi lavora in questi istituti”.









