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lentepubblica.it, 26 agosto 2026

Gli appalti pubblici come strumento di inclusione e sicurezza sociale. È questa la prospettiva al centro dell’intesa siglata tra Autorità Nazionale Anticorruzione e Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, nata per favorire l’accesso al lavoro di persone detenute o già uscite dal carcere. L’obiettivo non riguarda soltanto l’occupazione: la sfida è trasformare la pena in un percorso concreto di recupero, competenze e ritorno alla vita collettiva. L’iniziativa punta a rendere più frequente l’uso di clausole sociali negli appalti, cioè condizioni inserite nei bandi e nei contratti pubblici che chiedono alle imprese di assumere o coinvolgere categorie fragili. In questo caso, l’attenzione è rivolta a chi sta scontando una condanna, dentro o fuori da un istituto penitenziario, e agli ex detenuti che cercano una seconda possibilità professionale.

Appalti pubblici, una leva per il reinserimento dei detenuti - Quando una pubblica amministrazione affida un servizio, una fornitura o la realizzazione di un’opera, non muove solo risorse economiche. Attraverso le proprie gare può orientare il mercato, premiare comportamenti responsabili e produrre effetti utili per il territorio. L’accordo tra Anac e Cnel si fonda proprio su questa idea: i contratti della Pubblica amministrazione possono diventare un canale stabile per sostenere il reinserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti. Il lavoro, in questo quadro, non viene considerato come un’attività marginale o soltanto assistenziale. Diventa invece uno strumento per acquisire professionalità, costruire relazioni affidabili, rispettare tempi e regole, ottenere autonomia economica. Per una persona che esce dal carcere, avere un impiego può significare interrompere l’isolamento e ritrovare un posto nella società.

Secondo il presidente dell’Anac, Giuseppe Busìa, la funzione degli appalti non può limitarsi alla realizzazione di infrastrutture o all’acquisto di prestazioni. Le gare pubbliche, se progettate con attenzione, possono contribuire a generare benessere collettivo, inclusione e maggiore sicurezza. Da una parte, le aziende trovano personale e competenze; dall’altra, chi ha scontato una pena può avviare un percorso di formazione e occupazione utile anche alla comunità. Il tema assume rilievo anche sul piano della prevenzione. Anac richiama dati secondo cui la recidiva può scendere fino al 2% tra i detenuti che lavorano, mentre raggiungerebbe livelli molto più alti, fino al 70%, per chi non incontra opportunità di inserimento. Sono numeri che mostrano come l’accesso a un’attività regolare possa incidere non solo sulla vita del singolo, ma anche sulla tenuta sociale dei territori.

Il progetto Recidiva Zero e il ruolo del Cnel - L’intesa si inserisce nel percorso avviato dal Cnel con il progetto “Recidiva Zero”. Il programma riunisce iniziative istituzionali e proposte orientate a rafforzare la formazione, l’occupazione e l’inclusione delle persone detenute e di quelle che hanno già terminato la pena. Il punto di partenza è semplice, ma tutt’altro che scontato: il carcere non può essere pensato soltanto come luogo di custodia. La Costituzione italiana attribuisce alla pena anche una funzione rieducativa. Per rendere effettivo questo principio servono però occasioni reali, percorsi professionali spendibili e imprese disponibili ad assumere. Senza questi elementi, il rientro nella società rischia di restare una formula astratta. Da qui nasce la collaborazione con Anac, che ha il compito di vigilare sulla correttezza e sulla trasparenza dei contratti pubblici. Le due istituzioni lavoreranno alla predisposizione di atti tipo, indicazioni operative e provvedimenti generali destinati alle stazioni appaltanti. In pratica, Comuni, Regioni, enti pubblici e amministrazioni interessate potranno disporre di modelli utili per inserire nei propri bandi clausole dedicate all’inclusione lavorativa. L’obiettivo è evitare che ogni ente debba costruire da zero una disciplina complessa, con il rischio di errori, contenziosi o soluzioni troppo generiche. Regole più chiare possono facilitare l’uso di strumenti già previsti dall’ordinamento e rendere le gare più coerenti con i principi sociali del nuovo Codice dei contratti pubblici.

Contratti riservati e cooperative sociali: come funzionano le clausole - Uno degli strumenti al centro dell’accordo riguarda la possibilità di riservare la partecipazione a determinate procedure o l’esecuzione di specifici contratti a operatori economici e cooperative sociali che abbiano come finalità principale l’inserimento professionale di persone svantaggiate. In questa categoria rientrano anche detenuti ed ex detenuti. Le amministrazioni possono utilizzare questa strada nell’ambito di programmi di lavoro protetti. Per farlo, occorre che almeno il 30% dei lavoratori impiegati nell’esecuzione dell’appalto appartenga alle categorie svantaggiate previste dalla normativa. Si tratta di una soglia significativa: non basta una presenza simbolica, ma serve un impegno organizzativo concreto da parte dell’impresa o della cooperativa.

Quando sceglie di ricorrere ai contratti riservati, la stazione appaltante deve indicarlo in modo esplicito nel bando o nell’avviso. La clausola deve chiarire se la riserva riguarda l’accesso alla gara oppure lo svolgimento delle attività affidate. Trasparenza e precisione sono essenziali, perché consentono agli operatori economici di conoscere in anticipo le condizioni richieste e tutelano la correttezza della procedura. Le clausole sociali possono anche essere costruite come requisiti dell’offerta. In alternativa, o in aggiunta, l’amministrazione può valorizzare l’impegno inclusivo nell’attribuzione del punteggio tecnico. Un’impresa che prevede di coinvolgere un numero maggiore di detenuti o ex detenuti nell’esecuzione del contratto può quindi ottenere una valutazione più favorevole, in misura proporzionata alla qualità e alla consistenza del progetto presentato.

Nuovo Codice appalti e dimensione sociale delle gare - La spinta verso appalti più attenti all’impatto sociale si collega alle direttive europee e all’evoluzione della disciplina italiana sui contratti pubblici. Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza che la scelta del contraente non debba dipendere esclusivamente dal prezzo più basso o dalla convenienza immediata.

Un appalto ben progettato può produrre valore sotto diversi profili: economico, ambientale e sociale. Può favorire la qualità del lavoro, incentivare l’innovazione, sostenere filiere responsabili e offrire opportunità a chi parte da una condizione di fragilità. In questa visione, le clausole per i detenuti non rappresentano un’eccezione isolata, ma una delle applicazioni più rilevanti della contrattazione pubblica responsabile. Naturalmente, l’efficacia della misura dipenderà dalla capacità delle amministrazioni di tradurre i principi in bandi chiari e verificabili. Serviranno controlli sull’effettivo impiego dei lavoratori dichiarati, dialogo con il sistema penitenziario, collaborazione con le cooperative sociali e attenzione alle competenze richieste dai singoli servizi. La direzione indicata da Anac e Cnel, tuttavia, è netta: investire nel lavoro di detenuti ed ex detenuti significa offrire una risposta concreta a una questione che riguarda la dignità delle persone, la prevenzione dei reati e la qualità delle comunità. Un appalto può così diventare qualcosa di più di una procedura amministrativa: uno spazio in cui l’interesse pubblico incontra il diritto a ricominciare.