di Mons. Vincenzo Paglia
L’Unità, 31 dicembre 2024
La clemenza sarebbe un segnale forte, politico, umano, verso il mondo delle carceri. Ricordo Giovanni Paolo II, nel discorso al Parlamento italiano. Era il 14 novembre 2002. Le sue parole erano solenne e gravi: “Merita attenzione la situazione delle carceri, nelle quali i detenuti vivono spesso in condizioni di penoso sovraffollamento. Un segno di clemenza verso di loro mediante una riduzione della pena costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità, che non mancherebbe di stimolarne l’impegno di personale ricupero in vista di un positivo reinserimento nella società”. (En passant, in quel discorso il Papa si riferì anche “alla crisi delle nascite”, al “declino demografico”, chiedendo “una netta inversione di tendenza”. E siamo ancora qui). Quel passaggio (e tutto il discorso del Papa) suscitò nelle Camere riunite un applauso forte, scrosciante, lungo. Ma poi non seguì nulla di concreto.
Sono passati 22 anni. C’è un nuovo Giubileo. Papa Francesco ha spalancato la Porta Santa a Rebibbia, nel carcere romano, ed ha chiesto “apertura” degli animi: “La grazia di un Giubileo è spalancare, aprire e, soprattutto, aprire i cuori alla speranza”. Molto significativo quello che il Papa ha detto poco dopo in una breve conversazione con i giornalisti. “Il carcere è diventato una basilica tra virgolette”, e tanti dei detenuti incontrati “non sono pesci grossi, i pesci grossi hanno la scusa di rimanere fuori. Dobbiamo accompagnare i detenuti e Gesù dice che il giorno del giudizio saremo giudicati su questo: ero in carcere e mi hai visitato”.
Il Giubileo e l’apertura della Porta Santa in carcere, indicano la strada del cambiamento, interiore ed esteriore. È il momento di dare un segnale di perdono, di comprensione, di misericordia, forma di amnistia o di condono delle pene. Se questo non accade cadiamo nel vuoto delle chiacchiere. Mi ha fatto pensare il fatto che Papa Francesco abbia voluto aprire e attraversare in piedi la porta di Rebibbia; uno sforzo in più rispetto a quella di San Pietro.
E se aggiungo anche la riflessione sul fatto che nelle carceri ci sono i “pesci piccoli”, mi chiedo: perché non cogliamo la “forza” del gesto papale a Rebibbia? Perché non proviamo un sussulto in più - alziamoci in piedi anche noi - e chiediamo che ci sia maggiore giustizia e clemenza, effettiva capacità di recupero e riabilitazione sociale! Tanto più che e davvero scarso il ricorso a misure alternative, che per molti reati sarebbero davvero un segnale di raccordo e di civiltà giuridica, tra il mondo della giustizia comminata e la società civile, dove ognuno ha il diritto di vivere e di ritornare in libertà e serenità. E come dimenticare gli 88 suicidi avvenuti in questo anno?
Papa Francesco chiede che “si assumano iniziative di speranza, forme di amnistia o di condono delle pene”. La clemenza è un segnale forte che mostra una politica e una società che hanno compreso il senso di questo tempo: il Giubileo non è un pretesto per venire a Roma o per assistere a celebrazioni belle e toccanti senza però l’impatto sulla vita quotidiana. Dobbiamo invertire quella tendenza al pessimismo, alla rassegnazione, alla stanchezza.
Questo Giubileo del 2025 deve trovare un altro passo. La condizione attuale del mondo impone coraggio, coerenza, veri cambiamenti. Il mondo sta bruciando nei conflitti, nelle catastrofi ambientali. E la politica stenta a dare risposte. Dobbiamo evitare che solo tecnologia e finanza abbiano in mano le sorti del pianeta e dell’umanità.
C’è bisogno di un Giubileo effettivo, coraggioso, concreto. La clemenza - reciproca - è una leva potente: può sollevare il mondo. Cristo - clemente e misericordioso - è sceso dalle stelle alla stalla per indicarci la strada del futuro per riportarci in alto, nel mondo dove gli ideali guidano la strada dell’umanità. Seguiamolo. Questa volta per davvero.










