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di Ilaria Dioguardi

vita.it, 16 maggio 2026

Sono 24 in Italia i bambini che si trovano con le mamme negli istituti penitenziari, negli istituti a custodia attenuata per madri o nelle case famiglia protette. Sandro Libianchi, medico, presidente dell’associazione Conosci: “Particolarmente vivaci e aggressivi o molto inibiti, sono questi i profili che descrivono la maggior parte dei bambini che vivono in carcere con le madri”. Daniele Novara, pedagogista: “Se ci fosse la tentazione di pensare che il carcere sia una condizione adatta ai bambini, sarebbe un grandissimo equivoco”.

Sono 24 i bambini presenti negli istituti penitenziari d’Italia, insieme alle loro madri, che sono 20: dieci italiane e dieci provenienti da altri Paesi. Sei bambini sono nell’istituto a custodia attenuata per madri-Icam di Lauro, uno a Bollate, otto alla casa circondariale femminile Di Cataldo-San Vittore di Milano e cinque nella casa circondariale Le Vallette-Lorusso e Cutugno di Torino (dati ministero della Giustizia al 30 aprile 2026). Dei bambini in carcere, negli icam, nelle case famiglia protette e di tutto ciò che ciò questo comporta, si è parlato durante la giornata di lavoro “Bambini in carcere: verso un sistema di tutela integrato”, che si è svolta presso il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro-Cnel a Roma. L’iniziativa, promossa dal Segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale e da Unicef Italia, si inserisce nelle celebrazioni legate al 15 maggio, Giornata internazionale della famiglia.

Le più fragili tra i fragili - “Le donne in carcere con i bambini sono le persone più fragili tra i fragili, non hanno una famiglia che le sostiene. È rarissimo che delinquono di loro iniziativa, lo fanno sempre perché sono in rapporti di sudditanza”, ha affermato Simonetta Matone, deputata alla Camera, già sostituto procuratore del Tribunale dei minorenni di Roma. “La tipologia delle donne in carcere è soprattutto di trafficanti internazionali di stupefacenti. Il dramma vero non è far vivere un bambino in un ambiente chiuso, ma fargli vivere un rapporto esclusivo con la mamma e con le altre detenute. Chi ha frequentato il carcere, sa che i bambini diventano dei “giocattoli perfetti” per tutte le donne, poi questo si interrompe di colpo quando esce”, ha continuato Matone. “Nel 2011 sono stati creati finalmente gli icam ed è stato rafforzato il ricorso alle misure alternative e l’ingresso nelle case-famiglia protette. Nonostante questo, il fenomeno dei bambini in carcere non è stato superato. Inoltre bisogna dire che negli icamn non ci può stare l’uomo, quindi se c’è la figura paterna il nucleo familiare è comunque diviso. Il decreto sicurezza ha reso facoltativo e non più obbligatorio il rinvio dell’esecutivo della pena per donne incinte e madri di bambini al di sotto dell’anno di età: ciò permette di valutare caso per caso”.

Spese: 80-90% per la sicurezza e 10% per la rieducazione - Strettamente collegato alle persone detenute è il tema del lavoro in carcere. “In Italia, nelle carceri, viene speso l’80-90% per la sicurezza e un 10% per la rieducazione. Se la sicurezza non ha un dialogo con il reinserimento e la rieducazione, non prevede la speranza e diventa una missione impossibile”, ha detto Renato Brunetta, presidente Cnel. “Sicurezza e rieducazione devono dialogare tra di loro. La sicurezza e la rieducazione deve essere rivolta alle madri, ma i bambini hanno tutto il diritto di stare con loro. Le madri hanno tutto il diritto di esercitare la loro rieducazione pur nel diritto di stare con i figli. La chiave è come contemperare questi due momenti”.

Brunetta ha sottolineato: “Anche se il fenomeno delle madri con i figli in carcere ha una rilevanza limitata, è il principio fondante che è importante. Si parla sempre di lavoro in carcere e si dice che il 32-33% delle persone detenute lavorano ma non è vero, si chiama trattamento attraverso forme lavorative, il lavoro deve prevedere dei veri contratti di lavoro”. Il presidente del Cnel ha annunciato: “Stiamo organizzando la terza edizione di “Recidiva zero”, con il rapporto forse più completo che si sia mai realizzato, con approfondimenti su questo tema che non sono mai stati fatti prima. Aspettiamo un nuovo ascolto da parte del ministero della Giustizia. Citando Tocqueville, “un Paese si giudica dalle sue carceri”; se noi dovessimo essere giudicati dalle nostre carceri il giudizio sarebbe certamente negativo”.

Un bambino in carcere dice “mamma” e “apri” - “Da una parte c’è la funzione sanzionatoria, dall’altra la difesa sociale, ma in mezzo c’è l’interesse del minore”, ha detto Nicola Graziano, presidente di Unicef Italia. “Bisogna concretizzare la legge sulle case famiglia. E bisogna garantire il diritto al gioco del minore. Davanti a un numero esiguo, una Repubblica democratica che si basa sul concetto di libertà non può non tener conto che neanche un caso di bambino in carcere dovrebbe essere esistente. Stiamo preparando un cortometraggio che si chiamerà Apri. Un bambino in carcere, dopo la prima parola “mamma”, impara la parola “apri”, perché vuole aprire la porta della cella”.

La “sindrome da prigionia” - “Le sezioni nido in Italia sono 24, gli icam sono cinque e le case famiglia protette sono due. Nell’icam ci sono stanze singole, con uno spazio per i bambini, un giardino con pochi giochi, una mensa, il personale di sorveglianza (senza divise nè armi), le sbarre alle finestre, mura di cinta altissime e luci sempre accese”, ha spiegato Paolo Siani, direttore della struttura complessa di pediatria Santobono - Napoli, autore della proposta di legge sulla tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori. “Gli psicologi hanno dimostrato che esiste la “sindrome da prigionia”: un tardivo progresso linguistico e motorio”, ha proseguito Siani. “Il nostro legislatore prevede già adesso di mandare le donne con figli in case-famiglia protette, ma non ci sono i soldi per finanziarle. I bambini che passano, da piccoli, del tempo in carcere hanno disturbi nel lessico. Se sei in carcere da bambino innocente il rischio che, da grande, torni in carcere è molto alto”.

Lo stress cronico fino a due anni crea danni per tutta la vita - Siani ha parlato di epigenetica, sottolineando che “è una delle scoperte più rivoluzionarie della biologia moderna, spiega come l’ambiente in cui viviamo possa “parlare” ai nostri geni, cambiandone il comportamento senza però modificare la sequenza del Dna. Lo stress cronico nei primi due anni di un bambino crea dei danni per tutta la vita. Se mettiamo nell’icam i bambini a due anni, come pensiamo di stare facendo bene il nostro lavoro?”.

Dall’inappetenza all’irrequietezza - “Inappetenza, difficoltà di sonno, irrequietezza, lentezza motoria sono i sintomi dei bambini che vivono in un carcere con le madri. I profili maggiormente identificati sono due: particolarmente vivaci e aggressivi o molto inibiti”, ha spiegato Sandro Libianchi, medico, presidente dell’associazione Conosci-Coordinamento nazionale operatori per la salute nelle carceri italiane. Libianchi ha dedicato la vita alla salute in carcere, lavorando per oltre 30 anni nel penitenziario romano di Rebibbia. “Vorrei ricordare che nelle carceri italiane ci sono anche 12 detenute in gravidanza, secondo i dati del ministero della Giustizia, del 30 aprile 2025”.

Gli ambienti “freddi” dei colloqui dei bambini con i genitori detenuti - “Sono migliaia i minorenni che vanno a trovare i genitori in carcere, soprattutto i padri. I colloqui si svolgono in ambienti “freddi”, a volte c’è un accesso ai giardini. Raro è l’ingresso nelle ludoteche, ma l’affollamento non permette di avere ambienti adatti ai più piccoli, per problemi di spazi degli istituti”. Tra le criticità segnalate da Libianchi, la mancata conformità dei nidi penitenziari agli standard essenziali -Lea, la discontinuità nell’assistenza pediatrica e vaccinale dei bambini in carcere, la perquisizione al minore prima dei colloqui con i genitori, “anche nel pannolino, per il rischio di nascondere qualcosa”.

“Nei primi tre anni di vita, un bambino stabilisce centinaia di trilioni di connessioni a livello cognitivo. Tanti disturbi comportamentali sono regolati dalla mancanza di regolazione emozionale, in questo periodo dell’infanzia”, ha detto Paola De Rose, neuropsichiatra infantile dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. “I genitori con una migliore capacità di regolazione delle emozioni e meno difficoltà hanno più comportamenti genitoriali positivi e hanno figli con una migliore regolazione delle emozioni e meno sintomi internalizzanti. Tra le esperienze sfavorevoli infantili, che ostacolano lo sviluppo dei bambini, una è sicuramente vivere un periodo in carcere”.

Potenziare le misure alternative in strutture - “Dove c’è una donna detenuta madre di un minore, il principio dell’educazione e della rieducazione del condannato deve essere letto alla luce della tutela dell’infanzia. Abbiamo l’interesse superiore del minore, ma va posto in bilanciamento con la difesa sociale”, ha detto Antonio Mazzarotto, dirigente della Direzione inclusione sociale della Regione Lazio. “Occorre potenziare le misure alternative in strutture che permettano di non recidere il legame con entrambi i genitori. E bisogna rafforzare il ruolo della magistratura minorile e dei servizi sociali. Inoltre, è necessario un monitoraggio continuo per fare in modo che la custodia attenuata in Icam abbia dei percorsi adatti al benessere del minore. In ultimo, è urgente un cambiamento culturale”.

“Se la madre è in condizione di restrizione della libertà, questo non deve riversarsi sul bambino o sulla bambina, altrimenti ci troviamo due problemi invece che uno”: va dritto al punto, nel suo intervento, Daniele Novara, pedagogista, direttore del Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti - Cpp di Piacenza. “Bisogna arrivare ad attuare alle misure alternative, che consentono di salvare i bambini e le bambine che hanno madri con condizioni di restrizione della libertà. Se ci fosse la tentazione di pensare che il carcere sia una condizione adatta ai bambini, questo sarebbe un emerito equivoco”.

Casa di Leda: un ambiente bello - “Noi ospitiamo donne e bambini, ma il nostro compito principale è quello di lavorare con storie di donne e di famiglie”, ha puntualizzato Bina Nigro, referente della casa-famiglia protetta Casa di Leda di Roma. “Casa di Leda tutela i bambini e le bambine, è una villa che è un bene sequestrato alla criminalità organizzata. Grazie a un lavoro istituzionale importante, il comune di Roma ha messo a disposizione la struttura, ne paga le utenze e ci sostiene. Casa di Leda vive grazie ad un’equipe multidisciplinare, al volontariato e a tante iniziative: è un ambiente bello, il carcere non è un ambiente bello”.

In casa famiglia protetta fino a 10 anni - Le case protette “nascono con un obiettivo diverso dagli icam, che sono strutture ausiliarie al carcere. Un aspetto innovativo è che, nelle case famiglia protette, i bambini possono rimanere fino al compimento dei 10 anni e oltre. Le donne e i bambini vivono una normale quotidianità, noi abbiamo in questo momento tre donne che lavorano, i bambini vanno a scuola, fanno attività sportive fuori”, prosegue Nigro. Possono essere accolti sei nuclei a Casa di Leda. “Attualmente ne abbiamo cinque, con cinque donne e sette bambini con età da due a nove anni. Nella nostra casa si fanno tante iniziative, si organizzano le feste di compleanno dei bambini, dove vengono i loro compagni di classe, le maestre. Per le donne “sono previsti interventi individualizzati di sostegno all’autonomia e di supporto alla genitorialità. Spesso le donne vengono da situazioni di forti privazioni”. Oltre a Casa di Leda, in Italia c’è un’altra casa famiglia protetta a Milano, gestita dall’associazione Ciao.