di Vera Mantengoli
La Repubblica, 18 agosto 2023
Nessuno sconto nell’udienza di appello. La giovane trevigiana rimarrà in carcere a Riad fino a novembre. La hostess Ilaria De Rosa rimarrà in carcere a Riad fino a novembre. Rinchiusa dallo scorso 4 maggio in una prigione a 45 chilometri dalla capitale, ha già scontato quasi quattro mesi sui sei imposti dalla condanna di primo grado.
È stata confermata giovedì mattina in appello la sentenza che inizialmente aveva condannato la ventitreenne trevigiana a scontare sei mesi per possesso e spaccio di stupefacenti. Ilaria De Rosa ha assistito all’udienza in videoconferenza, mentre il console italiano a Gedda Lorenzo Costa era presente in Tribunale. Quando il giudice ha pronunciato la sentenza la ragazza è apparsa chiaramente scossa. Nonostante il pesante stress a cui è sottoposta - da sola, in carcere, in un Paese straniero e senza nessun familiare al suo fianco - De Rosa fisicamente sembra sia in buono stato di salute. Il console ha chiesto un’ulteriore visita dopo le cinque già effettuate.
L’accusa di possesso e spaccio di stupefacenti - Un’accusa gravissima in Arabia Saudita che viene punita anche con la pena di morte. De Rosa, all’epoca residente a Gedda come dipendente della compagnia Avion Express, si è sempre proclamata innocente respingendo ogni accusa, ma invano. Si è tenuta infatti giovedì mattina l’udienza prevista per il giudizio di appello nel Tribunale di Riad, chiesto dai legali del posto della giovane, scelti da una rosa indicata dalla Farnesina. Dopo la sentenza di primo grado che aveva condannato De Rosa a sei mesi di carcere seguiti dall’espulsione dal Paese, la donna aveva deciso di impugnare la sentenza e, nello stesso tempo, chiedere la grazia come fatto lo scorso giugno. In Arabia Saudita la grazia viene rilasciata in occasione di alcune festività religiose, ma quando si era presentata l’occasione non era stata comunque concessa alla donna.
La prima sentenza - Nella sentenza di primo grado Ilaria De Rosa era stata condannata da un giudice monocratico a sei mesi e all’espulsione dal Paese dove abitava da tre mesi. Si era infatti appena trasferita a Gedda dove lavorava per la Avion Express, compagnia di volo lituana con un servizio di tratte interne all’Arabia Saudita. La motivazione della sentenza era che la polizia avrebbe trovato De Rosa con uno spinello in mano, ma la giovane si è sempre difesa dicendo che non era suo e che non ne aveva fatto uso. Le informazioni dettagliate sulla dinamica sono difficili da ricostruire, ma di fatto alla hostess trevigiana non è stato concesso nulla e dovrà attendere i primi di novembre per uscire dal carcere di massima sicurezza dove è rinchiusa con un’altra decina di persone, inclusa un’altra donna straniera. Nel corso della prima udienza un paio di coetanei si erano assunti la responsabilità di essere loro i detentori della droga (hashish), ma non era bastato a scagionare De Rosa.
La versione di De Rosa - Il caso era venuto fuori all’improvviso a inizio maggio, quando la famiglia si era preoccupata perché da giorni non sentiva più la figlia, solita chiamare quotidianamente casa. A quel punto la mamma Marisa Boin, residente a Resana nel Trevigiano, si era rivolta ai carabinieri che, poco dopo, erano stati informati dell’arresto della hostess a Riad con l’accusa pesantissima di detenzione e spaccio di stupefacenti, punita in modo severissimo in Arabia Saudita, governata da Mohammed bin Salman bin Abdulaziz Al Saud.
Da quel momento era iniziato un lavoro di delicata diplomazia tra i due Stati che si stanno contendendo la sede del prossimo Expo. Il console italiano a Gedda, Lorenzo Costa, aveva ricevuto il permesso di andarla a trovare in carcere e di farla seguire da uno dei legali del posto consigliati da una rosa indicata dalla Farnesina. In occasione della prima visita Ilaria De Rosa aveva negato le accuse ribadendo che non aveva fatto uso di droghe e che non spacciava.
Aveva inoltre raccontato la sua versione dei fatti: era andata a cena nel giardino di casa di un amico quando all’improvviso era spuntato dal nulla un gruppo di persone armate che avevano iniziato a perquisirla, anche in modo invadente. La ragazza ha raccontato di aver compreso di essere stata arrestata soltanto quando ha realizzato di trovarsi in una stazione di polizia dove è stata rinchiusa per cinque giorni. In seguito, ha raccontato, è stata interrogata e ha firmato un documento in arabo di cui ignora il contenuto.











