Adnkronos, 22 gennaio 2015
Il caso dell'attivista saudita Raif Badawi, condannato a 10 anni di carcere e a mille frustate, che tanto ha scosso l'opinione pubblica mondiale, è solo uno degli innumerevoli casi di attivisti puniti con durezza nel regno del Golfo.
Secondo molte organizzazioni per i diritti umani, la campagna del governo saudita contro attivisti, blogger o chiunque sfidi la leadership politica e religiosa del paese sta andando intensificandosi. E alcune analisi dimostrano che le sanzioni inflitte dalle autorità di Riad equivalgono in tutto a quelle che lo Stato islamico (Is) esegue nel suo califfato.
"Il governo vuole far arrivare al popolo un messaggio: se pensate come loro, se parlate come loro, passerete tutta la vostra vita in carcere - ha dichiarato Samar Badawi, sorella di Raif, anche lei attivista per i diritti umani e moglie di un altro attivista, Waleed Abulkhair, in carcere da aprile 2014 - Vuole che le pene inflitte a questa gente siano da esempio". Nel 2012 Samar Badawi è stata insignita dell'International Women of Courage Award da parte del Dipartimento di Stato americano. Suo marito è finito in prigione per aver detto che le autorità religiose del paese hanno troppa influenza.
Per questo è stato condannato a 10 anni di carcere e 250.000 dollari di multa. La scorsa settimana la sua condanna è stata elevata a 15 anni perché si è rifiutato di chiedere perdono e di promettere che non avrebbe più manifestato il suo dissenso.
In Arabia Saudita si applica un'interpretazione molto rigorosa della sharia, il diritto islamico, e dall'inizio dell'anno almeno 10 persone sono già state decapitate. Secondo un'analisi del sito Middle East Eye, le punizioni che l'Arabia Saudita infligge ai suoi cittadini (frustate, decapitazione, lapidazione, taglio delle mani o dei piedi e altre) equivalgono quasi del tutto a quelle applicate dallo Stato islamico (Is) nel suo autoproclamato califfato.










