di Michele Giorgio
Il Manifesto, 13 marzo 2022
È stata la più grande esecuzione di massa nella storia del regno. Tra i giustiziati sette yemeniti, un siriano e quaranta sciiti. Intanto venerdì, dopo 10 anni di carcere, è stato liberato il blogger Raif Badawi.
A pochi giorni dall’arrivo a Riyadh del premier britannico Boris Johnson - la data della visita non è stata ancora resa nota -, l’erede al trono saudita e presunto “modernizzatore” Mohammed bin Salman (MbS), ieri ha mandato davanti al boia 81 persone - tra cui sette yemeniti e un siriano - condannate a morte per vari reati, dall’omicidio a legami con il terrorismo. Appena una settimana fa, MbS aveva detto ai giornalisti che intende modernizzare il sistema di giustizia penale del paese. I fatti dicono ben altro. Non è noto come gli 81 condannati siano stati messi a morte. In Arabia saudita, uno dei paesi al vertice della classifica annuale delle esecuzioni capitali, è pratica comune la decapitazione.
È stata la più grande esecuzione di massa nella storia del regno, superiore persino a quella del gennaio 1980 per i 63 militanti condannati a morte per aver occupato armi in pugno l’area della Grande Moschea della Mecca nel 1979, il peggior attacco di sempre contro il regno e il luogo più sacro dell’Islam. Quaranta dei condannati a morte sono residenti di Qatif e Al-Ihsa, aree a maggioranza sciita da sempre nel mirino delle autorità wahhabite saudite. Le loro famiglie e i centri per i diritti umani denunciano confessioni estorte sotto tortura. Le autorità saudite negano e affermano che i processi sono stati regolari e supervisionati da 13 giudici in tre gradi di giudizio per ogni individuo.










