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La Repubblica, 20 giugno 2023

Amnesty International: pene capitali aumentate di sette volte negli ultimi tre anni. Minori condannati a morte nonostante le leggi in vigore. Nonostante l’impegno delle autorità saudite a porre fine all’uso della pena di morte contro gli autori di reato minori di 18 anni, sette giovani sono a rischio di una esecuzione imminente dopo che una corte d’appello ha confermato la condanna, denuncia Amnesty International.

Il caso dei sette ragazzi. I sette uomini condannati a morte erano tutti minori di 18 anni quando hanno commesso il reato, uno aveva addirittura 12 anni. A tutti è stata negata l’assistenza legale durante il periodo di carcerazione. Le loro condanne capitali sono state confermate da una corte d’appello tra marzo 2022 e marzo 2023. Sei di loro sono stati arrestati per accuse legate al terrorismo, il settimo per rapina a mano armata e omicidio. Tutti hanno subito processi iniqui viziati da confessioni estorte con la tortura.

La denuncia di Amnesty International. Le autorità saudite hanno promesso di limitare l’uso della pena di morte e hanno adottato una serie di riforme che vietano l’esecuzione di persone minori al momento del reato. Ma l’imminente esecuzione di questi sette ragazzi contraddice tutte le promesse che Riad ha fatto fino a oggi. Spesso le famiglie non vengono informate quando la Corte Suprema e il Re ratificano le condanne a morte e capita che vengano a conoscenza dell’esecuzione dei loro cari direttamente dai media.

I dati delle esecuzioni. L’Arabia Saudita è uno dei principali carnefici del mondo. Nel 2022 il regno ha giustiziato 196 persone, il numero più alto di esecuzioni annuali che Amnesty International abbia registrato nel Paese negli ultimi 30 anni. Questo dato è tre volte superiore al numero di esecuzioni effettuate nel 2021 e almeno sette volte superiore al 2020. In questo 2023 il Paese ha giustiziato 54 persone per una vasta gamma di crimini, tra cui omicidio, traffico di droga e reati connessi al terrorismo, dove per terrorismo spesso si intende l’avere semplicemente partecipato a delle manifestazioni.

Le riforme legislative ignorate. I sette ragazzi sono stati tutti condannati per crimini per i quali non è prevista una pena fissa nella Sharia, ma la sua definizione è lasciata alla discrezionalità dei giudici. Sono le cosiddette punizioni ta’zir. Nel 2018 l’Arabia Saudita ha introdotto una legge sui minori che ha stabilito una condanna massima di dieci anni di carcere per chiunque abbia meno di 18 anni all’atto di commettere un reato per il quale la pena è di tipo ta’zir. Un ordine reale del 2020” scrive Amnesty “ha inoltre vietato ai giudici di imporre condanne capitali discrezionali a individui con un’età inferiore ai 15 anni nel momento in cui hanno commesso un crimine. Nel maggio 2023 la Commissione saudita per i diritti umani ha confermato con una lettera ad Amnesty International che l’applicazione della pena di morte per i reati di tipo ta’zir è stata completamente abolita. Nel novembre 2022 il paese ha ricominciato a compiere esecuzioni per reati legati alla droga, mettendo fine a una moratoria su questo genere di crimini in vigore da gennaio 2020.

Processi iniqui. Sei dei sette giovani attualmente a rischio esecuzione stati condannati con accuse di terrorismo, anche per aver preso parte a proteste antigovernative o per avere partecipato ai funerali delle persone uccise dalle forze di sicurezza durante le manifestazioni. Sei dei sette condannati appartengono alla minoranza sciita, che subisce abitualmente discriminazioni nel paese, tra cui processi irregolari e iniqui. Yousef al-Manasif, per esempio, aveva tra i 15 e i 18 anni al momento del presunto reato ed è stato condannato a morte da un tribunale penale specializzato nel novembre 2022. La sentenza, che Amnesty International ha esaminato, sostiene che al-Manasif “ha partecipato a sit-in e a proteste che mettono in pericolo la coesione e la sicurezza dello Stato”. La sua famiglia ha detto che non ha potuto vederlo per oltre sei mesi dopo l’arresto, anche perché il ragazzo è stato tenuto in isolamento. La corte d’appello ha confermato la sua condanna nel marzo 2023.

Processi senza avvocati. Un altro imputato, Abdullah al-Darazi, aveva 17 anni al momento del presunto reato. È stato condannato “per avere partecipato a disordini ad al-Qatif, cantato slogan contro lo stato, causato il caos e attaccato funzionari della sicurezza con bombe molotov”. Ha detto alla corte di essere stato trattenuto in custodia cautelare per tre anni e di non avere potuto consultare un avvocato durante le indagini e la carcerazione. Amnesty International, che ha consultato i documenti del processo, ha esaminato le dichiarazioni in cui al-Darazi chiedeva al giudice una valutazione medica indipendente per provare le torture a cui era stato sottoposto. Il tribunale ha ignorato le sue richieste e nell’agosto 2022 ha confermato la condanna a morte. Il numero delle esecuzioni è maggiore di quello ufficiale. Nella stessa lettera ad Amnesty International di maggio, la Commissione saudita per i diritti umani ha rivelato che 196 persone sono state giustiziate nel 2022. Si tratta di un numero molto maggiore rispetto a 148, che sono le esecuzioni ufficiali riportate dall’agenzia di stampa saudita e registrate dalla stessa Amnesty nel 2022.