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di Alessandro Fioroni


Il Dubbio, 12 marzo 2021

 

Confermata la sentenza per l'attivista per i diritti delle donne. Cinque anni e otto mesi di cui tre anni di sorveglianza permanente L'hanno arrestata per "attività terroristiche" dopo un processo-farsa. Appena pochi giorni fa, all'inizio di marzo, il neo presidente americano Joe Biden si era detto "incoraggiato" dal fatto che la monarchia saudita avesse compiuto dei passi avanti in tema di diritti umani. Alcuni attivisti, imprigionati da anni, erano stati rilasciati (a gennaio, una corte d'appello aveva quasi dimezzato una condanna a 6 anni di carcere per un medico saudita- statunitense e aveva sospeso il resto anticipando l'uscita di prigione insieme ad altri 2 cittadini accusati di terrorismo) e Washington invitava dunque a percorrere ancora questa strada.

Le autorità saudite a febbraio inoltre avevano liberato Loujain al- Hathloul, in carcere per aver difeso il diritto delle donne a guidare l'automobile incrinando il sistema di tutela maschile dell'Arabia Saudita. Ora però il tribunale d'appello di Ryad ha confermato di nuovo la condanna ai danni della donna ribaltando la precedente decisione. Eppure, mercoledì mattina, prima dell'udienza, al- Hathloul si era detta fiduciosa sull'esito finale confidando in un verdetto a suo favore. Il tribunale però, anche se ha sospeso 2 anni e 10 mesi della sua pena che era di quasi 6, la maggior parte dei quali già scontata, ha ribadito che l'attivista dovrà sottostare ad una condizione di sorveglianza continua insieme ad un divieto di viaggio che durerà 5 anni.

L'arresto di al-Hathloul risale al 2018, quando rimase vittima delle ampie leggi sulla criminalità informatica e contro il terrorismo, alla fine del 2020 iniziò un lungo processo che le spalancò le porte del carcere con la prospettiva di rimanere prigioniera per molto tempo. Il verdetto fu accolto da una pioggia di critiche internazionali al massimo livello, a cominciare da quella espressa dall" ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani con sede a Ginevra che definì la condanna di al- Hathloul come "profondamente preoccupante".

L'Onu dichiarò tuttavia di confidare che "il rilascio anticipato sarebbe stato possibile possibile" incoraggiandolo fortemente come "questione di urgenza". Il ministero degli Esteri francese così come quello tedesco (a cui si unì anche Biden non ancora presidente) affermarono di aver ribadito la richiesta per una "liberazione rapida".

Ma a non credere alla giustizia del Regno fu la famiglia dell'attivista 31enne che bollò il processo come "finzione" e "politicamente motivato" annunciando proprio l'appello che ha avuto però esito negativo. al- Hathloul fu arrestata già nel 2014 mentre tentava di attraversare il confine dagli Emirati Arabi Uniti, dove aveva una patente di guida valida, per entrare in Arabia Saudita. Trascorse 73 giorni in una struttura di detenzione femminile, un'esperienza che rafforzò le sue convinzioni nel combattere le leggi patriarcali saudite.

Il caso al-Hathloul inoltre è già finito sotto la lente d'ingrandimento delle organizzazioni per i diritti umani per le accuse di molestie e maltrattamenti che la donna ha subito in carcere. Le violenze sono state documentate, vere e proprie torture che secondo i familiari sarebbero avvenute in presenza dello stretto collaboratore del principe ereditario Mohammed bin Salman, Saud al- Qahtani. A questo proposito esiste un altro imbarazzante episodio risalente al 2019 quando al- Hathloul avrebbe rifiutato un patto con le autorità. L'accordo prevedeva il rilascio in cambio del silenzio sulle torture subite. Dubbi concreti permangono anche sulla regolarità dei processi, l'organizzazione Al Qst ha segnalato diverse "anomalie" comprese supposte prove dell'accusa in cui si dice che abbia confessato azioni violente legate al suo attivismo per i diritti umani. Sulla nuova condanna inflitta alla donna è possibile avanzare alcune ipotesi che probabilmente attengono allo specifico della vicenda solo lateralmente. Nonostante i passi in avanti in tema di garanzie, la monarchia saudita è al centro della bufera, il coinvolgimento del principe bin Salman nella feroce esecuzione del giornalista dissidente Kashoggi è sempre più evidente, proprio vecchi alleati come gli Stati Uniti hanno assunto un ruolo cruciale nelle accuse al monarca, l'accanimento sulla pelle di al- Hathloul dunque potrebbe rappresentare una triste rappresaglia.