di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 24 dicembre 2019
La mano pesante del tribunale di Ryadh, in Arabia Saudita, si è abbattuta su quelli che sono stati giudicati come gli autori dell'omicidio di Jamal Khashoggi, il giornalista 59enne, editorialista per il Washington Post. L'uomo era stato visto per l'ultima volta entrare nel consolato saudita di Istanbul Il 2 ottobre 2018: da allora era scomparso.
Indagini turche e delle Nazioni Unite sono state concordi nell'indicare nei servizi segreti sauditi i responsabili. Nel mirino degli inquirenti erano finite 11 persone anche se tutta l'inchiesta ne vedeva convolte almeno 31. Ieri le sentenze: cinque condanne a morte mentre altri 3 imputati dovranno scontare pene detentive di 24 anni a testa. Le pene capitali sono state comminate per aver "commesso e partecipato direttamente all'omicidio della vittima", gli altri invece sono stati giudicati rei di aver coperto questo crimine e violato la legge. Tre gli assolti.
Già la relatrice speciale Onu sul caso, Agnes Callamard, aveva rivelato l'estate scorsa che erano emerse le responsabilità di alcuni agenti di cui erano stati resi noti i nomi: Fahad Shabib Albalawi, Turki Muserref Alshehri, Waleed Abdullah Alshehri; Maher Abdulaziz Mutreb, un funzionario dell'intelligence e la dottoressa Salah Mohammed Tubaigy, medico legale del ministero degli Interni.
L'omicidio di Khashoggi sarebbe l'esito tragico di un'operazione sotto copertura, un rapimento per portare in Arabia Saudita Khashoggi, residente in realtà negli Stati Uniti e tenace oppositore della petro- monarchia. Gli investigatori hanno ricostruito le fasi della vicenda: al giornalista sarebbe stata iniettata una dose letale di narcotico provocandone la morte.
L'impossibilità di trasportarlo fuori del consolato indusse la squadra di agenti a smembrare il corpo anche se i resti non sono stati trovati Ma al di là delle condanne ben presto sono emerse prove, che l'Onu ha definito credibili, per le quali sarebbero giustificate ulteriori indagini a carico di alcuni alti funzionari del regno e dello stesso principe ereditario Mohammed bin Salman, il vero uomo forte di Ryadh.
Il principe ha sempre negato ogni coinvolgimento, anche se nell'ottobre scorso aveva praticamente consegnato "i colpevoli" assumendosi "la piena responsabilità come leader soprattutto perché l'omicidio è stato commesso da individui che lavorano per il governo saudita". In ogni caso i vertici sono stati solamente sfiorati, infatti uno dei più stretti collaboratori di Salman, Saud al-Qahtani, sebbene estromesso dalla sua carica non è stato accusato mentre e l'ex vice capo dell'intelligence Ahmad Asiri è stato assolto per insufficienza di prove.










