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di Diego De Silva

La Stampa, 10 novembre 2024

Giovani armati e pronti a sfidare chi li affronta. È una cultura mafiosa vecchia e ridicola ma difficile da estirpare che sporca una delle città più belle del mondo. Penalisticamente parlando, la futilità o l’abiezione di un motivo è un’aggravante. La parificazione delle due categorie serve alla legge per definire inequivocabilmente la gravità di un atto doloso (cioè compiuto con l’intenzione di nuocere) e dunque sanzionarlo con una pena maggiorata. A ben vedere, però, fra un motivo futile e uno abietto c’è una differenza non da poco. Se stupro e poi uccido per soddisfare una perversione, il motivo che fonda l’omicidio è sicuramente abietto, perché mescola morale e crudeltà (il piacere venuto dall’infliggere una sofferenza). Anche se stupro e poi uccido per assicurarmi che la vittima non mi denunci sono mosso da un motivo abietto (quello di garantirmi l’impunità), che non ha una connotazione patologica ma bassamente egoistica, e tuttavia la legge assoggetta alla stessa riprovazione, utilizzando una definizione estesa.

Il motivo futile, invece, non ha logica (né perversa né utilitaristica): semplicemente non ne ha; ed è assimilabile al motivo abietto solo in ordine alla sproporzione rispetto all’atto delittuoso. Se sparo a qualcuno perché mi ha macchiato una scarpa, in un certo senso il mio motivo è futile due volte: la prima perché è stato scatenato da una causa effimera (la supervalutazione dell’oggetto, dissacrato dall’altro), la seconda perché ha generato una violenza del tutto spropositata rispetto al gesto che l’ha prodotta (può una scarpa macchiata valere una vita?).

Da un po’ di tempo (troppo), gli episodi criminali che riguardano l’adolescenza a Napoli registrano una prevalenza della categoria della futilità. È di ieri la notizia della morte del diciottenne colpito alla testa da una pistolettata nella zona dei Tribunali, un’altra vittima che si unisce alle due più recenti (un quindicenne del rione Sanità ucciso in zona Mercato; un diciannovenne a San Sebastiano al Vesuvio per una discussione - appunto - per futili motivi), che fanno pensare a una sorta di fisiologia del delitto futile che attanaglia la città più bella del mondo con una frequenza avvilente.

Il ragazzo che esce di casa armato, pronto a togliere la vita a chi lo affronta o lo sfida, ha piantato nella testa il concetto dell’onta. Crede cioè di avere una reputazione, un’immagine, un’identità sociale se non addirittura un nome da difendere. Si atteggia e si comporta da gangster in erba (la scelta preferenziale della pistola sul coltello - come dimostrano i casi più recenti - caratterizza antropologicamente questo specifico modello criminale). E quando vivi in una suggestione simile, quando ti reciti il copione addosso, quando ti convinci di quest’autorappresentazione (magari riconosciuta dal tuo gruppo di pari) e addirittura la militi, fino a farla diventare una giusta causa di morte, basta un nulla - cioè una futilità qualsiasi - a far divampare una violenza che non controlla più se stessa, non misura la quantità della sua potenza d’uscita e soprattutto sottovaluta le conseguenze (neanche quelle personali) del disastro che produce. Come se non ci fosse uno Stato di diritto che prevede il crimine (nel senso di sapere che esiste, non in quello letteralmente preventivo, di cui s’occupa ben poco), e lo punisce anche esemplarmente, quando lo scova o lo coglie in flagranza. Come se non ci fosse uno Stato. Come se la comunità fosse regolata da norme inefficaci, largamente inutili. Come se la possibilità di essere raggiunti da una pena che può arrestare la vita, recluderla e rovinarla non infondesse alcun timore.

Tutto per onore dell’onta. Un valore assoluto, indiscutibile. Retaggio di culture mafiose vecchie come il cucco e durissime a morire che ancora fanno proseliti, contaminano fasce generazionali, esaltano e motivano gli ignoranti, rincretiniscono ulteriormente i già cretini offrendo il solito, scontato catalogo di gesti, battute sfrontate e provocatorie di cui riconosci la volgarità peculiare alla prima intonazione e nell’attimo in cui ti c’imbatti quasi ti annoiano, tanto quell’aggressività cafona e minacciosa è rimasta intatta nei decenni; allora pensi: “Ecco qua, ci risiamo”, e lotti fra la voglia di reagire e quella di lasciar perdere.

Perché questi comportamenti delinquenziali sono vecchi, reimpanati e rifritti eppure piacciono tanto ai cattivi discepoli (che spesso sono peggio dei cattivi maestri), che credono fermamente nell’onta. Se non suonasse irrispettoso per chi ha fatto le spese delle loro malefatte, potremmo chiamarli “igienisti dell’onta”, tanto sono affetti dall’ossessione di lavarla. Spernacchiare e mostrare il ridicolo della sottocultura gangsteristica dell’onta potrebbe essere un modo di combatterla. Perché la delinquenza fa scuola ma è una scuola vecchia, pacchiana e decrepita, anche più di quella evasa da chi non ci va (e ci andrebbe, se fosse finalmente riformata). È un lavoro spontaneo che possono fare (e fanno) anche i gruppi di adolescenti, dal basso, praticando altri gesti, altri linguaggi, e diffondendoli. Perché Napoli, se lo mettano in testa tutti, è e sarà sempre al di sopra di chi la sporca.