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di Giuseppe Belcastro

Il Riformista-PQM, 12 ottobre 2024

A margine della nomina del Commissario straordinario governativo per l’edilizia carceraria, abbiamo dialogato sul tema con l’architetto prof. Domenico Alessandro de Rossi, fondatore e presidente del CESP (Centro Europeo Studi Penitenziari), per cercare di capire, dalle parole dell’esperto, Io stato dell’arte e se il progetto governativo abbia per davvero una possibilità di raggiungere gli obbiettivi.

Architetto, esiste a suo avviso una relazione tra la qualità degli spazi di detenzione e la funzione rieducativa dell’esecuzione penale?

La ringrazio della la domanda perché corrisponde al problema trattato nel mio ultimo libro, scritto insieme al prof. De Risio, psicologo clinico e docente di psicologia dell’azione penale alla LUMSA, che in questi giorni è negli scaffali delle librerie. Il titolo apparentemente provocatorio, il saggio ribalta i termini a cui siamo da sempre abituati: “Quando la pietra scolpisce la mente, neuroscienze e semiotica dell’architettura delle comunità confinate”. Facendo ricorso alla Gelstat (psicologia della forma) e alle neuroscienze si possono determinare almeno in generale quelle linee metodologiche di riferimento destinate all’ambiente, fatto di forme e di funzioni, a diventare l’attore consapevole dell’orientamento comportamentale della persona, rimodulando gesti, azioni, modo di pensare e, perché no, nuovi riferimenti di valore etico -comportamentale. L’ambiente così ripensato deve partire però da una lunga riflessione destinata a concepire innanzi tutto in termini “sistemici” cosa significhi oggi e soprattutto per il domani, la “detenzione”, il sequestro del tempo di chi è in carcere e come utilizzarlo al meglio per la persona che in qualche modo dovrebbe migliorare. Ponendosi domande, quindi, anche sulla filosofia del diritto, all’interno di un condiviso sistema di valori ispirato specialmente ai diritti umani, al principio della protezione della salute, al dettato costituzionale (articoli 27 e 32).

Sotto il profilo ideale, la struttura detentiva, come ogni altra organizzazione di spazi per l’individuo, richiede - e dunque richiama - una programmazione architettonica. Eppure, parlare di architettura carceraria in Italia suona quasi come un ossimoro. Perché secondo lei?

Parlare di architettura prima di essersi accordati e messi in sintonia su cosa sia la detenzione e soprattutto a cosa serva carcerare una persona, mi sembra un esercizio accademico che possa piacere solo agli architetti e ai professori di composizione architettonica, ai quali piace molto parlare di architettura. Rinchiudere una persona per poco o lungo tempo dentro una gabbia comporta responsabilità culturali, civili e politiche di altissimo livello. L’edilizia, secondo me, viene molto dopo. Essa segue i contenuti elaborati in altra sede interpretando bene, con lo spazio correttamente progettato, le esigenze e i valori comuni e le prassi condivise, a cominciare dai servizi, dai materiali di impiego, alla sicurezza attiva e passiva, agli impianti necessari, per esempio, antincendio.

Come giudica nel complesso il sistema detentivo nazionale sotto il profilo architettonico anche in rapporto alla situazione nel resto di Europa?

Il patrimonio edilizio italiano, che ho studiato nei miei precedenti libri (L’universo della detenzione, del 2001 e Non solo carcere, del 2016 - Mursia ed.) è costituto da un 20% di edifici realizzati tra il 1200 e il 1500; un buon 60% tra il 1600 e il 1800; la rimanente parte (20%) risale a dopo l’Unità d’Italia. Questo significa che ben l’ottanta per cento dell’intero complesso è stato realizzato adattando castelli, conventi e monasteri alla funzione carceraria concepita e finalizzata esclusivamente verso la sofferenza, se non apertamente destinata alla vendetta delegata allo stato. L’Italia è stata censurata pesantemente nel lontano 2014 nientemeno che dalla CEDU che la obbligava a rimodulare interamente il complesso detentivo. Purtroppo, in tal senso nulla è stato fatto e oggi raccogliamo amaramente gli effetti della sola retorica propagandistica e parolaia di una promessa di rinnovamento che nulla di fatto ha apportato. L’Europa è molto più avanti per quanto concerne l’istituzione penale. Dall’Austria, alla Spagna, dalla Francia alla Norvegia, dalla Svizzera alla Germania si riscontrano ben altri criteri di detenzione, con edifici in cui l’ambiente detentivo si trasforma in criterio spaziale performante e rimodulante il comportamento del detenuto nel rispetto dei diritti di persona umana.

Ha davvero senso parlare di qualità dei luoghi della detenzione in un paese come l’Italia che non è in grado spesso nemmeno di garantire lo spazio minimo vitale di pochi metri quadrati pro capite e che per questo subisce richiami e condanne dalla Corte europea? Non rischia di restare quello un esercizio retorico del tutto scollato dalla realtà?

La retorica politica, destinata spesso a soddisfare o ad inseguire la concezione della pena intesa come vendetta o ritorsione, per quanto di male è stato compiuto compiendo un reato, è una visione corta ed incivile perché dimentica anche gli effetti negativi al momento in cui la pena sarà finita. Se si è subita violenza durante il tempo della carcerazione, nulla facendo, fissando il soffitto per anni e stando sdraiato su di un materasso pieno di cimici, quando si aprono le porte del carcere, cosa crede che esca fuori da quell’ambiente? Come pensa possa essere reinserita nel circuito civile quella persona che proprio stando in carcere ha ulteriormente perduto tracce di valore civile e magari di pentimento per quanto compiuto?

Il Governo ha recentemente nominato il dott. Marco Doglio quale Commissario per l’edilizia penitenziaria. L’obbiettivo dichiarato è di realizzare le opere necessarie a far fronte alla grave situazione di sovraffollamento degli istituti penitenziari. In disparte le qualità personali del dott. Doglio, partendo dalle riflessioni che sopra ha fatto, le sembra un progetto realistico, anche atteso che è previsto che la carica spiri il 31.12.2025? Quale può essere l’utilità concreta di questa figura amministrativa?

 Il compito del Commissario a mio parere non è meramente amministrativo. Certamente difficile perché eredita una responsabilità culturale ed operativa congelata da almeno mezzo secolo, ma, come ho già detto, necessario per una programmazione oculata e, soprattutto, fondata su approfondimenti e competenza. Sono però necessari interventi urgenti attesa la situazione. Qualcosa di immediato e utile può essere messo in atto lavorando principalmente su di un programma teso a diminuire l’indice di affollamento dei detenuti. Secondo alcuni dati approssimativi si potrebbe lavorare su due grossi settori: il primo è quello delle persone in attesa di giudizio che, in quanto tali, sono a tutti gli effetti da considerare innocenti e degni di ben altri tipi di trattamento. La destinazione per costoro può essere sicuramente diversa dal carcere. L’altro argomento riguarda i detenuti che invece sono affetti da dipendenza da sostanze ed essendo essi a tutti gli effetti malati, in quanto tali possono essere destinati a centri di cura e accoglienza molto diversi dal carcere. Dalle stime fatte queste persone ricoprono circa il 30% dell’attuale popolazione carceraria, cioè sono circa 18.000. Tra coloro che non possono essere liberati perché pericolosi insieme ad altri perché non sono in condizioni di essere trasferiti per altri motivi, in buona sostanza si può dire che circa dagli ottomila alle diecimila persone già da subito potrebbero essere destinate presso strutture specializzate e qualificate per la cura ed il recupero. Togliendo in tal modo dal circuito penitenziario questo numero di detenuti si tornerebbe già ad un consistente alleggerimento dello stato attuale, riportando intorno alle 50.000 persone il numero dei detenuti corrispondenti, grosso mondo, agli effettivi posti disponibili.

Quali sono i tempi di edificazione di una nuova struttura detentiva di medie dimensioni?

La edificazione di un nuovo carcere impegna almeno 10 anni. Ma se si vuole parlare per forza di nuovi istituti bisogna procedere secondo me con un approccio culturale di tipo “sistemico” e su di una base di revisione dello stesso regolamento penitenziario che sia aggiornato ai tempi attuali ed in vista del futuro europeo. Noi come CESP, in collaborazione con ONAC (l’Osservatorio Nazionale Carceri di AIGA), con la Fondazione Villa Maraini Croce Rossa Italiana e Mezzaluna Rossa, ACROSS e Università LUMSA, stiamo elaborando un corpus documentale che riteniamo essere interessante. Per far ciò occorre rivedere la dimensione del carcere-tipo sulla base dei requisiti di base e delle finalità detentive (sottolineo questo concetto), di criteri economici, gestionali e territoriali del tutto assenti oggi nel dibattito dedicato. Unità territoriali, rapporto tra sistema penitenziario e società civile, economia circolare del carcere e della produttività esterna, lavoro e cultura, formazione, personale specializzato per la sicurezza e la gestione tecnico-amministrativa insieme ad altre non piccole cose che le sto elencando fanno parte di un complesso di progettualità che tuttora nella discussione pubblica è del tutto assente.

È lecito in conclusione affermare che l’iniziativa del Governo, pur meritoria in termini generali e in una prospettiva di lungo termine, non serve a nulla rispetto all’obbiettivo perseguito di ridurre il sovraffollamento nell’immediato?

Sì. Si tratta certamente di un buon progetto, ma i suoi effetti non possono inseguire l’urgenza segnalata dalle attuali condizioni detentive. Occorre però ribadire con decisione che rinunciare ad intervenire solo perché finora ci sono state troppe parole mi sembra sbagliato. Non bisogna arrendersi e con passi ponderati laddove occorre si può avanzare verso un indispensabile miglioramento. Per quanto ho appreso dalla stampa, io credo che l’idea di nominare un Commissario per l’edilizia penitenziaria sia necessaria e opportuna. Necessaria perché i fattori decisionali politici, amministrativi, tecnici, economici concernenti le azioni indispensabili per risolvere i problemi sono molteplici e stretti da diverse capacità e possibilità decisionali. Opportuna perché per la tipologia dell’incarico affidata al prof. Marco Doglio fa riferimento ad una gittata temporale breve, di tempi rapidi e di azioni risolutive immediate. Ciò sgombera il caso da visioni di più lunga gittata che troverebbero soluzioni accettabili in tempi in cui, come ho detto sopra, i lustri entrerebbero in campo però solo con numeri a due cifre. Cosa questa impossibile data l’urgenza. Quanto al raggiungere gli obiettivi, del resto, ciò è nelle mani di una buona organizzazione, dove effettive capacità ed efficienza, insieme a specifiche e sicure competenze in materia possano essere messe a sistema e in condizione di poter lavorare. La stessa intelligente iniziativa di avvalersi dell’aiuto che il CNEL può dare in termini di collegamento strategico tra realtà carceraria e società civile è fondamentale. Mi sembra che allargare le competenze e metterle in rete in una rinnovata logica sistemica sia un grande nuovo processo innovatore. Vedremo.