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di Antonella Mascali

Il Fatto Quotidiano, 4 agosto 2026

“Con questa legge soggetti ancora pericolosi fuori dai penitenziari: chi li controllerà?”. Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Catania, è tra i magistrati più esperti in ordinamento penitenziario: per un decennio (fino al 2011) è stato direttore dell’ufficio detenuti e trattamento del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap). A lui abbiamo chiesto di analizzare la riforma del governo che consente ai tossicodipendenti di scontare la pena in comunità.

Dottor Ardita, la premier Giorgia Meloni ha detto che la legge non mette a rischio la sicurezza per il “recupero” del tossicodipendenti che escono dal carcere “è verificato”: è davvero così?

Non so cosa sia stato dichiarato d chi l’ha proposta, fatto sta che questa legge può aprire la strada a una rilevante uscita dai penitenziari di soggetti autori di reati gravi e di particolare pericolosità. Oggi il consumo di droga è diffusissimo anche tra associati mafiosi e boss. È facile trovare nel corpo una presenza di stupefacenti: sulla base di questo sarà difficile negare che vi sia una connessione col reato commesso. Così potranno uscire dal carcere persino i mafiosi. 

L’obiettivo dichiarato è il recupero, condivisibile, di detenuti fragili …

Mi viene da fare due considerazioni. La prima è quella che sembra volersi rinunciare allo strumento estremo della detenzione anche rispetto a soggetti oggettivamente pericolosi, ancorché tossicodipendenti. Al netto del concreto pericolo che si ricorra a questo strumento anche da parte dei soggetti che tossicodipendenti non sono, ma che hanno avuto un qualsiasi contatto con la droga, il rischio che qui si corre è più grave. Autori di gravissimi reati, considerati pericolosi dai tribunali in quanto tali ritenuti meritevoli di espiazione pena in carcere, verrebbero rimessi in strutture di cura anche private, anche semiresidenziali.

Conseguenze?

Questo potrà comportare un’esposizione a rischio senza precedenti per la sicurezza dei cittadini. Soggetti ancora potenzialmente pericolosi, sottoposti a programmi della cui efficacia nessuno può avere un’idea preventiva, uscirebbero dal circuito penitenziario e verrebbero ammessi a queste forme di detenzione esterna, ma con quali controlli e con quali garanzie non siamo ancora in grado di sapere. In secondo luogo, questa riforma dimostra come non sia minimamente possibile operare questa rieducazione dei tossicodipendenti in carcere. Oggi la realtà penitenziaria ci restituisce l’immagine delle carceri divenute piazza di spaccio, in cui vi è una libera offerta di droga e ciò di fatto impedisce l’attuazione di quei virtuosi programmi che hanno portato negli anni precedenti moltissime persone a essere recuperate dopo lunghi periodi di tossicodipendenza sulla base di indescrivibili sacrifici e forza di volontà.