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di Lara Sirignano

Corriere della Sera, 13 febbraio 2025

Sebastiano Ardita è procuratore della Repubblica aggiunto a Catania e componente della Direzione Distrettuale Antimafia: “Le carceri sono sotto il controllo della criminalità mafiosa. La prova è l’impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi. L’ultimo blitz antimafia della Dda di Palermo rivela che boss detenuti potevano contare su sim e cellulari introdotti nelle celle illegalmente”.

Dottor Sebastiano Ardita, lei si è occupato per anni di carceri, la sorprende questa scoperta o la permeabilità degli istituti di pena era un rischio in qualche modo prevedibile?

“È noto da anni che le carceri sono sotto il controllo della criminalità mafiosa. La genesi di tutto questo è chiara agli addetti ai lavori, ma rimarrà sconosciuta ai cittadini fino a che non se ne occuperà una commissione di inchiesta”.

Il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha detto che al momento non risultano responsabilità della polizia penitenziaria. Secondo lei, ex direttore generale del Dipartimento detenuti e trattamento del Dap, cosa non ha funzionato?

“Le parole di De Lucia sono illuminanti, perché la responsabilità è ascrivibile a una sciagurata scelta di gestione. Col pretesto del sovraffollamento delle carceri si è deciso di aprire le celle dei mafiosi, il che consente ai più pericolosi di circolare e di assumere il controllo dei penitenziari, provocando peraltro la mattanza dei diritti dei reclusi più deboli. Lo attesta l’impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi: un cedimento alla sicurezza e al benessere con l’alibi della tutela dei diritti dei detenuti”.

In che senso scelta di gestione?

“Nel senso che la scelta è consacrata in circolari ministeriali e singole disposizioni che si pongono in rapporto di causa ed effetto con le migliaia di reati, aggressioni, rivolte consumate negli ultimi anni e col governo delle carceri ormai condizionato dagli interessi mafiosi. Si tratta di una gestione pubblica disastrosa con profili di responsabilità contabile, civile e forse anche penale mai approfonditi. Il danno economico complessivo che ne deriva è inestimabile, ma può misurarsi in miliardi di euro, tenuto conto del pregiudizio alle persone, alle cose e alla prevenzione antimafia. Cosa potrebbero fare gli agenti, vessati e messi in ginocchio da questo regime, per impedire il governo della mafia in carcere legittimato dalla organizzazione interna?”

Intravede una soluzione per evitare che simili violazioni accadano?

“Bisogna riscrivere le regole ripartendo da un modello di civiltà e di speranza per i reclusi, impedendo alla minoranza dei mafiosi e dei pericolosi di comandare e vietando in modo assoluto l’autogestione

degli spazi condivisi”.

Le gravissime violazioni di sicurezza accertate dai pm di Palermo potrebbero verificarsi anche per i carcerati al 41bis?

“Oggi, tenere in carcere mafiosi in normali sezioni alta sicurezza non serve più, perché la sicurezza è stata abbassata al livello delle sezioni normali. Sono luoghi dove i carcerati possono continuare a comandare e a reclutare disperati. Solo il 41bis riesce ancora nello scopo, perché esclude il controllo mafioso degli spazi comuni, ma è un regime che ha i giorni contati”.

Ma i telefoni entravano così facilmente in carcere nella sua esperienza?

“Certo, sempre a causa della libera circolazione. Basta che qualcuno li lanci dall’esterno o li introduca con dei droni o che li portino i familiari ai colloqui. Non si capisce che un telefono in mano a un capo mafia in cella può essere il mezzo con cui si ordina un omicidio. Quando dirigevo l’ufficio detenuti, se veniva scoperto un dispositivo, chi lo introduceva era sottoposto al 14bis, paragonabile al 41bis, e gli utilizzatori venivano trasferiti. In un anno abbiamo sequestrato una decina di cellulari. Oggi ne entrano a migliaia e si fa finta di niente”.

Che speranza c’è che cambino le cose?

“Viaggiamo verso l’irrilevanza del carcere rispetto alle sue due funzioni principali: la sicurezza dei cittadini e la rieducazione dei condannati. Solo una classe dirigente preparata e appassionata potrà interrompere il binomio retorica-incompetenza che grava sulle scelte non sottoposte al controllo costante dei cittadini. Ma il primo passo deve essere la consapevolezza degli errori commessi negli ultimi anni”.