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di Alberto Pierini

La Nazione, 18 gennaio 2023

Nessuno ha mai pensato a metterle a norma: la denuncia arriva da Beppe Fanfani, il garante dei detenuti. Le barelle non passano: circa 30 detenuti invece di 104. Il direttore: “Il cantiere sarà ancora lungo”.

Le celle del carcere suonano a vuoto. Se non quando, nel rituale serale della polizia penitenziaria, un tubo di ferro viene sbattuto sulle sbarre per verificarne l’integrità. Suonano a vuoto perché sono quasi tutte vuote. La ritirata della criminalità? Il migliore dei mondi possibili? No, le porte sono troppo strette.

Buona parte delle celle, e in particolare quelle del piano basso, non hanno gli accessi a norma. Dentro perfette o quasi, grazie ai lavori di ristrutturazione che per esempio hanno aumentato i bagni fino a provvederli di docce, ma inagibili.

“Purtroppo è vero - conferma il direttore Giuseppe Brenna con franchezza - una barella non passerebbe e quindi è impossibile utilizzarle. E tempo che i lavori saranno ancora lunghi”. Poche parole, chi guida un carcere è sempre molto attento a non esagerare, ma chiarissime.

La denuncia era arrivata dal garante regionale dei detenuti: che poi è una vecchia conoscenza, l’ex sindaco Giuseppe Fanfani. Il suo nuovo ruolo lo ha preso assolutamente sul serio, fino a produrre nei mesi scorsi un report che fotografa la situazione carceraria di tutta la Toscana. Con schede asciutte, nello stile dell’avvocato prima ancora dell’ex sindaco: numeri, servizi, accoglienza alle famiglie e tanti altri nodi scoperti.

Nel caso di Arezzo, da sempre guidato da direttori sensibili e innovativi fino allo stesso Brenna, il punto dolente è quello delle celle. E delle “luci” delle porte. Da circa dieci anni il San Benedetto è sotto cantiere. Non continuato, beninteso, complici le vicissitudini delle ditte che si sono succedute e che a volte hanno portato a lunghi stop. Ma all’uscita da quei dieci anni le potenzialità del carcere non possono essere sfruttate.

E’ una struttura su misura per 104 detenuti, si oscilla sempre intorno a una trentina: i numeri sono in continuo movimento, è una casa circondariale e quindi non ospita chi ha condanne definitive. Ma oscillano sempre di poco, perché le celle utilizzabili sono una minoranza. E’ una struttura completata nel 1926, che di sicuro non teneva conto delle regole attuali, modificate nel tempo, e neanche delle misure che sarebbero state via via imposte. Certo è però incredibile che non si sia mai preso di petto il problema, se non quando ormai il grosso dell’intervento era completato.

A questo punto non resta che piangere? No, ma sperare sì. Perché è necessaria una coda ulteriore dei lavori. Da quanto filtra si parla di un anno e mezzo, quindi nei tempi classici dei cantieri di almeno due anni. Anche perché si tratta di modificare muri che sono portanti, non certo pareti di compensato. Tempi che moltiplicano i problemi degli altri carceri toscani, costretti a surrogare il sottodimensionamento del nostro, e rendono per ora inaccessibili spazi qualitativamente molto migliori che in passato. In una struttura che si è allargata alla sistemazione del giardino, all’illuminazione nuova delle celle, alla sistemazione del riscaldamento. Tutti punti che Fanfani ha riportato con cura nel report del 2022.

A fronte di una trentina di detenuti ci sono 40 agenti penitenziari: l’organico completo sarebbe di 47, quindi mancano anche posti di lavoro. Un solo educatore, quando da organico dovrebbero essere due, uno psicologo. E un paradosso grosso come una casa, anzi come un carcere. Per non parlare dei disagi causati ai familiari e all’inevitabile aumento di spese di trasporto: i detenuti ovunque siano hanno il diritto di partecipare ai processi, vedere i loro avvocati, seguire da vicino il proprio iter giudiziario. E ogni volta vanno accompagnati a destinazione. Partendo da Firenze e da Siena invece che dal carcere dalle porte strette.