di Gaia Papi
La Nazione, 26 giugno 2026
La relazione del garante regionale dei detenuti segnala la “linea rossa”. A pesare i problemi strutturali che impediscono il pieno uso della struttura. Nel dossier emergono i punti critici legati agli interventi di ristrutturazione. “È una situazione inaccettabile. I lavori sono fermi da anni e, cosa ancora più grave, non esiste nemmeno una data per la loro ripartenza”. Giuseppe Fanfani, garante regionale dei detenuti della Toscana, non nasconde la propria amarezza di fronte a una delle principali criticità della casa circondariale di San Benedetto. Il tema emerge con forza nella Relazione annuale 2026 sull’attività svolta nel 2025, che dedica un focus anche al carcere aretino.
A differenza di molti istituti penitenziari italiani, Arezzo non vive l’emergenza del sovraffollamento. Eppure i problemi non mancano. La relazione, che contiene anche il contributo della garante comunale Sandra Rogialli, descrive una struttura che riesce a mantenere condizioni complessivamente dignitose grazie all’impegno del personale, ma che continua a essere penalizzata da carenze strutturali e da una popolazione detenuta sempre più fragile. Il nodo principale resta quello dei lavori di ristrutturazione. L’area detentiva continua a essere ospitata in locali provvisori e il cantiere aperto anni fa è ancora fermo. “È il simbolo di una pubblica amministrazione che non riesce a dare risposte ai cittadini”, osserva Fanfani.
Una situazione che pesa sul presente e sul futuro dell’istituto, anche perché il completamento degli interventi consentirebbe di recuperare spazi oggi inutilizzabili. Secondo il garante regionale, il vero punto di forza di San Benedetto è rappresentato dalle sue dimensioni contenute. “Arezzo gode del privilegio dei piccoli carceri. Qui le persone non sono numeri e chi ha bisogno di essere ascoltato riesce più facilmente a trovare interlocutori”. Una caratteristica che distingue l’istituto aretino da realtà come Sollicciano o altri grandi penitenziari italiani. Fanfani invita però a non confondere l’assenza di sovraffollamento con condizioni ottimali. “Ad Arezzo non c’è il sovraffollamento che vediamo altrove, ma le regole della detenzione restano quelle del sistema italiano”. Il riferimento è agli spazi ridotti a disposizione dei detenuti e a condizioni di vita che, pur meno critiche rispetto ad altri istituti, restano lontane da standard ideali. La relazione evidenzia inoltre numerose criticità strutturali.
Gli impianti risultano datati, alcuni ambienti soffrono di problemi di umidità e gli spazi per attività sportive e ricreative sono limitati. Sul piano numerico il carcere ospita poco meno di quaranta detenuti. I reati più frequenti sono quelli legati agli stupefacenti, ai furti e alle rapine, ma cresce anche la presenza di persone detenute per maltrattamenti in famiglia. Gli stranieri rappresentano circa la metà della popolazione carceraria. Dalla relazione emerge quindi l’immagine di un carcere lontano dalle emergenze numeriche che caratterizzano altre realtà italiane, ma bloccato da problemi cronici che attendono ancora una soluzione. A partire da quei lavori di ristrutturazione che, secondo Fanfani, rappresentano oggi la questione più urgente e più difficile da comprendere. Perché, a distanza di anni dall’apertura del cantiere, nessuno è ancora in grado di dire quando ripartiranno.










