di Andrea Riccardi
Corriere della Sera, 26 maggio 2026
Nel solco della “dottrina sociale” della Chiesa, il Papa condanna la “cultura della potenza”, non le nuove tecnologie. Elaborare una visione del mondo può apparire molto arduo, forse superato, a causa della sua complessità, tanto che si coltivano i più diversi specialismi. Tuttavia, Leone XIV, con l’enciclica Magnifica Humanitas, indaga l’orizzonte globale, leggendo criticamente il presente e mettendo insieme i tanti aspetti diversi e contraddittori della realtà. La Chiesa vive nella storia e ne scruta i cambiamenti alla luce di una preoccupazione, che è il cuore dell’enciclica: “Non c’è il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto?”. Il testo si vuole collocare nella scia della “dottrina sociale” della Chiesa, da Leone XIII, che nel 1891, con la Rerum novarum, pose la questione operaia nella società industriale: “L’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà”. Per Sturzo, quell’enciclica sociale non fu solo un contributo teorico, ma un invito alla mobilitazione in senso sociale.
Papa Prevost conosce il disorientamento della gente comune di fronte a un mondo complesso e conflittuale, allo sviluppo rapido del potere tecnologico, all’interrogativo su chi siano i veri decisori: la gente pensa - scrive - “che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla…”. E conclude: “Nessuno è senza responsabilità”. Ieri gli interlocutori erano gli Stati, “oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e di capacità d’intervento superiori a quelle di molti governi”. Sullo sfondo dei “signori” della “rivoluzione tecnologica”, il Papa scorge alcune ideologie, come transumanesimo o postumanesimo, che abitano “alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l’immaginario”.
L’enciclica non rifiuta il progresso tecnologico, quanto quella che Leone chiama la “sindrome di Babele”: l’ideologia del profitto, la pretesa di un linguaggio unico, anche digitale. Insomma l’espressione della “cultura della potenza”, che si ritrova in tanti aspetti del mondo contemporaneo. Questa cultura, con la disponibilità di grandi mezzi, tende “a dettare l’agenda e i criteri della decisione, relegando il bene comune sullo sfondo”: penetra nella società, cambia i rapporti, riabilita la guerra. Il Papa dice: “Chiedo a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unificare le forze per edificare nel bene…”. Favorisce il dialogo con le religioni, la politica, il privato, nella consapevolezza che il futuro sarà umano, se costruito non unilateralmente, ma fondato sulla dignità dell’uomo e il rispetto del creato.
Non si pensi che Magnifica Humanitas sia una condanna del progresso tecnologico. L’enciclica non è un’invettiva contro di esso né propone rigidi principi, ma una visione maturata nell’”incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia”. Non un prontuario di verità astratte, ma una lettura della storia presente in dialogo con le culture e le scienze. Vuole incoraggiare il mondo del pensiero e delle università perché ripensino la dottrina sociale di fronte alla rivoluzione digitale. Quindi anche l’avvio di un cantiere di riflessione a tutto tondo. Nel cuore del messaggio c’è l’affermazione che la persona umana vale in sé e non deve guadagnarsi il proprio valore sfidato dai “più efficienti e performanti”.
Leone XIV affronta, nel capitolo centrale dell’enciclica, il tema dell’intelligenza artificiale e della persona umana di fronte ad essa, in cui mostra consapevolezza che, per il rapido sviluppo, ogni osservazione in materia diventa presto obsoleta. Afferma però che l’intelligenza artificiale non può essere equiparata a quella umana, anche se è un aiuto prezioso, gestita con “un approccio sobrio e vigile”. La prudenza richiesta può ritardare lo sviluppo, ma non è oscurantismo bensì cura dell’umanità. Per il Papa occorre “disarmare l’intelligenza artificiale”, rompendo l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto a governare, servirsene ma non essere asserviti. Questo atteggiamento protegge la libertà contro ogni mercificazione.
Nell’enciclica non sono nominati i costruttori della Repubblica tecnologica, per utilizzare il titolo del libro di Karp sull’alleanza tra Occidente e Silicon Valley, né le teorie di Peter Thiel o di Elon Musk (i quali, concordi, hanno dichiarato ultimamente che si fa più bene alla società con l’implementazione delle proprie aziende che con la beneficenza).
Magnifica Humanitas rivela l’orizzonte evangelico, in cui affondano i costanti appelli di pace e le preoccupazioni di Leone. Il Papa respinge il cambio di paradigma invalso nell’ultimo decennio che ha reso normale la guerra, ieri “flagello” dell’umanità per la Carta dell’Onu, oggi strumento corrente di politica. Rinunciando al dialogo, “indispensabile alla diplomazia”, il mondo ormai è in stato di belligeranza permanente. I conflitti si eternizzano per il potere delle armi e dell’industria che le produce, per i mercenari e le reti criminali che vivono di guerra, per l’applicazione della tecnologia ad essa. Si va affermando “una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana”. Il Papa dichiara amaramente: “Viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale”. Fa sue le parole di La Pira: “Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace”, il dialogo. C’è molto da costruire per il Papa, cercando di interpretare il nuovo mondo come fa l’enciclica e realizzando un’ampia convergenza per realizzare un futuro umano.










