di don Salvatore Saggiomo*
artestv.it, 27 aprile 2026
Non solo celle, non solo numeri, non solo cronache di sofferenza e tragedie, oggi il racconto cambia direzione, perché quando si parla di carcere si dimentica troppo spesso che la pena non è vendetta ma percorso, non è abbandono ma responsabilità, e che la nostra Costituzione, all’articolo 27, lo dice senza ambiguità: le pene devono tendere al reinserimento sociale del detenuto e non possono mai essere contrarie al senso di umanità, parole forti, chiare, che in molti istituti restano ancora un obiettivo lontano, ma che ad diventano pratica quotidiana, carne viva, esperienza concreta, un carcere piccolo, quasi defilato, pochi detenuti, ma proprio per questo capace di costruire relazioni, percorsi, opportunità.
Una realtà che sfugge alla narrazione dominante e che invece merita di essere raccontata, perché qui il tempo della detenzione non è sospeso ma orientato, non è vuoto ma riempito di senso, formazione, responsabilità, un lavoro silenzioso, costante, fatto di presenza, di ascolto, di progettazione, un lavoro che porta una firma precisa, quella della direttrice Annalaura De Fusco, che ha saputo trasformare questa struttura in una piccola isola che galleggia controcorrente rispetto a un sistema spesso in affanno, una comunità penitenziaria dove direzione, amministrazione, polizia penitenziaria e detenuti non sono compartimenti stagni ma parti di un ingranaggio che funziona, che dialoga, che costruisce, perché il reinserimento non si improvvisa, si pianifica, si accompagna, si verifica, ogni giorno, ogni ora, dentro e fuori le celle, e i risultati arrivano, concreti, misurabili, non slogan ma storie, come quella che oggi segna un passaggio importante, un detenuto che esce, che lavora, che viene assunto da un’azienda, la Premark, un nome che diventa simbolo di un ponte tra dentro e fuori, tra errore e possibilità, tra pena e futuro, non è un episodio isolato ma il frutto di un metodo, di una visione che crede nella persona prima ancora che nel reato, che investe sulla dignità, che pretende responsabilità ma offre strumenti, e allora Arienzo diventa esempio, laboratorio, prova concreta che un altro carcere è possibile, che l’articolo 27 non è una dichiarazione di principio ma una strada percorribile, se c’è volontà, se c’è sinergia, se c’è coraggio, perché parlare solo di ciò che non funziona rischia di oscurare ciò che invece funziona e che può diventare modello, replicabile, adattabile, migliorabile, e in un sistema penitenziario spesso sotto pressione, tra sovraffollamento e carenze, questa piccola realtà dimostra che il cambiamento non è un’utopia, ma una scelta, quotidiana, faticosa, concreta, che passa dalle persone, dalle idee, dalle opportunità create, e che restituisce al carcere la sua funzione più alta, quella di essere non solo luogo di pena ma spazio di rinascita, dove chi ha sbagliato può davvero iniziare a ricostruire, passo dopo passo, la propria strada.
*Garante dei detenuti della Provincia di Caserta











