di Adriana Marmiroli
La Stampa, 4 agosto 2025
Nel carcere di Volterra Armando Punzo è entrato 37 anni fa, e da allora non ne è più uscito. Nessuna condanna. Solo un incommensurabile amore per il teatro e la scoperta di un universo che sfugge alle regole dello spettacolo. Entrato con il progetto di un laboratorio teatrale, ha fondato la Compagnia della Fortezza composta da detenuti e realizzato decine di spettacoli: per ognuno poche irripetibili repliche tra le mura medievali della Casa di Reclusione stessa, per poi uscire in tournée per i teatri d’Italia. Tra le più note compagnie di questo tipo, ha ricevuto riconoscimenti e premi: il più prestigioso il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia 2023.
Ogni stagione Punzo realizza uno o due nuovi spettacoli: quest’anno - il debutto è avvenuto pochi giorni fa - Cenerentola. L’arte, la scienza e la conoscenza cui ha abbinato Fame, per ora work-in-progress, ispirato al romanzo del controverso Nobel Knut Hamsun: uno spettacolo raccolto e quasi intimo, quanto Cenerentola è fastoso e corale, coreografico e imponente, con i suoi 72 interpreti e la scenografia - molto grafica ed evocativa delle avanguardie pittoriche del 900 - che occupa e scansiona il grande cortile della Fortezza Medicea. La difficoltà sarà adattare a un normale teatro quel gigantismo: ma è cosa che si fa ogni anno, gli spettacoli di Punzo hanno sempre due versioni. Nella stessa Volterra, al Teatro Persio Flacco, si è appena visto quella che poi girerà per l’Italia.
C’è un personaggio chiamato Cenerentola, c’è la cenere, il ballo e persino le “scarpette”, ma non la fiaba. E allora perché “Cenerentola”?
“È un mito presente nelle culture più diverse. Da tre anni lavoro sull’utopia, un concetto oggi quasi eretico. E Cenerentola è un po’ la madrina degli utopisti, coloro cioè il cui sogno è stato messo da parte. Sono quella parte di umanità che pensa l’inimmaginabile e realizza l’impossibile, i Tesla, gli Einstein, i grandi artisti che hanno provato a “uscire dal quadro”. Tutta gente - scienziati, astronomi, pittori, romanzieri e poeti - che è riuscita a battere regole che parevano inscalfibili. Proprio come Cenerentola”.
Non si parla della condizione del detenuto, quindi?
“Il gran ballo che noi abbiamo messo in scena è quello della conoscenza, di gente che cerca il cambiamento ma che la società esclude. Trascende luogo e interpreti. Nei nostri spettacoli non abbiamo mai parlato del mondo che ci contiene, ma sempre d’altro”.
Entrando alla Fortezza, la prima volta, immaginava che non l’avrebbe più lasciata?
“Ero un giovane artista che cercava la sua strada. Arrivavo da esperienze importanti ma da cui volevo allontanarmi, uscire dalle solite dinamiche del teatro. Volevo lavorare con attori non professionisti. Ero a Volterra e ho alzato gli occhi sulle mura, vedendole per la prima volta sotto una luce diversa: quello poteva essere il luogo dove realizzare la mia idea di teatro. Ho chiesto e dopo un mese ero dentro. Detto questo: no, non lo prevedevo, ma so che era ciò che volevo: realizzarmi come artista, usando un vero carcere come metafora del nostro essere reclusi. Mai voluto essere un educatore o una sorta di psicologo/assistente sociale, invece”.
Da allora è cambiato qualcosa? In meglio o in peggio?
“È diventato tutto più faticoso. Come per altro tutto ciò che in questo Paese riguarda la cultura, la Cenerentola dei nostri tempi, e non da oggi. È un problema che viene da lontano, e non è di una parte o dell’altra. Al centro c’è l’idea - abominevole - che l’arte debba essere intrattenimento. Non interessa la centralità dell’uomo e la sua crescita. Privati di questi strumenti, lasciati al nostro destino, il risultato è un progressivo, grave impoverimento”.
Domina una concezione del carcere punitiva, come pura segregazione. Cosa ne pensa?
“La Costituzione dice altro: che la pena ha una finalità rieducativa per permettere il rientro nella società. È straordinario che 80 anni fa degli uomini avessero pensato a un articolo che desse attenzione a questo aspetto. E invece oggi la speranza è tagliata fuori, la prigione non serve se non a produrre altra criminalità. La politica mistifica questi aspetti. E il carcere è periferia delle periferie (dimenticata), atto di forza dove dell’essere umano sopravvive solo il peggio”.
Il teatro è entrato stabilmente nella vita di qualcuno dei suoi attori?
“Paul Cocian, unico interprete di Fame e nel cast di Cenerentola: ha finito di scontare la sua pena e ora è libero. Lavora ai locali scavi archeologici e in carcere torna ogni giorno per le prove. È un percorso faticoso ma lui lo sta facendo. Prima di lui altri. Il più noto è certamente Aniello Arena, che ha ormai intrapreso una solida carriera, con Matteo Garrone e altri”.
Ci sono collegamenti tra “Fame”, che ha debuttato in questi giorni, e “Cenerentola”?
“Si parla di una fame che non riguarda solo il cibo, ma è aspirazione che anima tutti noi: mai sazi. Ed è la stessa forza che muove gli esclusi di Cenerentola. Ci fa combattere una natura pigra, è luce e fuoco che arde in ciascuno, anche nei momenti più bui, e fa vedere la fine del tunnel”.











